L'estate dell'82 Vedi a schermo intero

L'estate dell'82

Gennaro Lo Iacono

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ISBN: 978 88 7418 622 8

12,00 €

Lettere 263 | p.104 | ed. ottobre 2014

Michele per amore di Silvia, una villeggiante venuta da Napoli per trascorrere l’estate, è costretto a rivoluzionare la sua vacanza. Con questa semplice trama, l'autore è riuscito a descrivere un’epoca, quella dei fatidici mondiali dell’82, dove echeggiavano i fasti di un secondo boom economico con tutte le conseguenze possibili e immaginabili su una famiglia operaia, quella appunto del protagonista: un ragazzino di tredici anni che ci prende per mano per accompagnarci dalla prima pagina fino all’ultima, dal suo ultimo giorno di scuola fino alla consapevolezza che la vita è ben più complessa di quello che aveva sempre immaginato.

Lo Iacono 4

Gennaro Lo Iacono è nato a Pozzuoli sita tra le magiche terre dei campi flegrei; qui ha trascorso una parte della sua infanzia fino al trasferimento a Civitavecchia. Il suo cammino formativo è stato molto articolato e solo da adulto scopre la sua vena artistica con le prime esperienze teatrali attraverso la "bottega dei comici". Grazie a questa scopre di amare la prosa fino a pubblicare "L'aviatore" (edizioni Rosati): una raccolta di poesie scritta tra il 2003 e il 2006 che sono legate tra loro da una frase finale che fa da giuntura con la successiva, così da realizzare un vero fiume di parole che attraversa l'anima del lettore. Con Prospettivaeditrice ha pubblicato “Oberon” e “Il ricordo di un amore”.

Anche se quello era l’ultimo giorno di scuola, lo detestavo come se fosse il primo. Ero disteso nel mio letto, impalato come un salame a far finta di dormire, con le coperte tirate fin sopra la testa per riparami dai primi raggi di sole che, come ogni mattina, penetravano dalle tapparelle della finestra posizionata di fronte al mio letto. Mia madre, la sera, non abbassava mai del tutto la serranda proprio per farmi accorgere quando il sole era già sorto da un pezzo ed era ora di alzarmi. Quella mattina, nonostante fossi già sveglio, non avevo voglia di alzarmi ed aspettai mia madre che di lì a poco sarebbe venuta a darmi l’odiosa sveglia. Erano nove mesi che aspettavo quell’ultimo giorno di scuola e l’eccitazione dopo la lunga attesa si faceva sentire. Lo scricchiolìo della porta della mia cameretta annunciò l’entrata di mia madre che, come ogni mattina veniva a scuotere con una mano il materasso del mio letto, ma quella mattina lo scossone fu di gran lunga più energico, fu talmente forte che mi fece sobbalzare, ma, il lenzuolo che mi copriva gli occhi, oltre che a farmi somigliare ai fantasmi che si vedevano in quei film in bianco e nero di Stanlio ed Ollio che trasmettevano in TV, non mi fece neanche vedere se fosse stata veramente mia madre ad entrare nella stanza. Rimasi immobile ancora agitato a cercare di capire il motivo di quello scuotere così forte. In casa c’era uno strano silenzio, lentamente mi alzai e mi avvicinai alla porta della mia cameretta che era accostata, sicuramente mia madre l’aveva lasciata aperta e questo mi tranquillizzò, era la conferma che non ero tanto eccitato da aver immaginato il sobbalzo del letto. Uscii dalla mia stanza e mi diressi con passo felpato in cucina per non farmi scorgere dalle mie sorelle che già erano sveglie da un pezzo, mi muovevo come il gatto grigio dagli occhi azzurri che, ogni tanto, entrava di nascosto in casa e andava a trafugare un po’ di cibo che mamma gli faceva trovare in un piattino davanti al lavandino. Mia madre era lì in cucina e puliva il pavimento dietro la cucina a gas, non le chiesi nulla, era troppo presa a sfregare energicamente e non volli disturbarla, mi sedetti a tavola e cominciai a fare colazione in silenzio, lei però, si accorse di me e si voltò di scatto quasi spaventata nel vedermi, “Sbrigati a mangiare e vai di corsa a lavarti invece di fissarti a guardare me”! “Vado subito a lavarmi” smisi di mangiare e corsi in bagno. “Non fare rumore, tuo padre è in casa, ha portato la cucina a gas nuova”, feci cenno di sì col capo e immediatamente pensai che lo scossone al mio letto di poco prima era opera delle forti mani di mio padre. Come al solito, poco prima, mio padre era entrato nella mia cameretta senza dire neanche una parola, era un tipo taciturno, mia madre lo giustificava e diceva che era per via del mestiere che svolgeva, lui passava intere giornate da solo ed era normale che parlasse poco. Pensandoci bene, in effetti le uniche compagnie di mio padre erano la sua maschera nera col vetro a specchio per riparare gli occhi dalla luce durante le saldature, e la fidata pinza armata di elettrodo. Forse era questo il motivo per cui appariva ai nostri occhi come un uomo taciturno e anche un po’ rozzo. Tornato in cucina, scorsi un velo di tristezza negli occhi di mia madre che, intanto, continuava a pulire minuziosamente quella cucina a gas pur sapendo che di lì a poco sarebbe passato l’ambulante del ferro vecchio con la sua Ape 50 per prendersela. Forse l’amarezza che le si leggeva in volto era perché quella cucina le ricordava quando abitavamo ad Alghero, lei era stata sempre innamorata di quel posto e ancora ci pensava nonostante fossero già trascorsi quattro anni da quando, per via del lavoro di mio padre, ci eravamo trasferiti lì a Fusaro. Lui faceva il saldatore da quando aveva otto anni e a tredici anni si spostava già in diversi cantieri d’Italia, il suo era un lavoro umile, fatto di sudore e fumo acido che penetrava fino a riempire i polmoni lasciando un forte sapore acre in bocca. Mentre io a dodici anni mi godevo il latte che mia madre mi preparava per la colazione, lui beveva il suo latte per disintossicarsi dai fumi e dalle polveri che inalava mentre saldava. Nei miei dodici anni di vita poche volte lo avevo visto in casa, trascorreva gran parte della giornata in quell’inferno chiamato ITALSIDER di Bagnoli, a volte lavorava anche dodici ore al giorno senza mai fermarsi, per lui non c’erano né sabati né domeniche e tantomeno i festivi. Mio padre era una persona da ammirare per quello che faceva, non si lamentava mai nonostante passasse l’intera giornata chino a terra sotto un tubo di ferro rovente immerso nella fuliggine e le macchie secche di olio. Ma quello che mi colpiva era che nonostante la stanchezza la sera tornava a casa sempre felice, e non c’era giorno che andasse a dormire prima di essersi ben lavato e profumato per rispetto di mia madre che a sua volta lo rispettava senza mai rimproverarlo di essere poco presente in famiglia.

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