La vera storia di Elvis Vedi a schermo intero

La vera storia di Elvis

Lele Silingardi

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ISBN: 978 88 7418 872 7

12,00 €

Lettere 253 | p.97 | ed. settembre 2014

Toano, Appennino Emiliano, estate 1955.
Alvisio Presi è un giovane ragazzotto di montagna, diciottenne. Lavora nell’azienda vinicola della famiglia come addetto alle consegne del vino, il famoso lambrusco di Toano che i genitori producono da sempre. Quotidianamente svolge la sua attività con metodo e impegno anche se nella sua testa cresce piano piano il
sogno che fin dalla nascita lo tormenta e assiste. Quello della musica, suonare e cantare.
Un giorno trova in cantina una chitarra sfasciata che nessuno in famiglia ricordava nemmeno di avere. Da quel momento la sua vita assume un significato diverso. Impara a suonare grazie all’aiuto del signor Miller, un Americano trapiantato in Italia alla fine della guerra. Quel sodalizio insegnerà ad Alvisio non solo a suonare una chitarra ma gli impartirà quelle lezioni di vita necessarie affinchè possa affacciarsi al mondo con occhi diversi. Alvisio comincia a scrivere le sue prime canzoni e a coltivare seriamente il suo sogno.
“Ma quelle montagne che fin da bambino sembravano essere dei giganti imprendibili, ora erano divenute soltanto un ostacolo alla sua consacrazione.” Alvisio di giorno lavora e la sera a casa Miller suona e canta, inventa e interpreta la sua realtà trasponendola nelle proprie canzoni. Ormai pienamente in grado di suonare ed esprimersi al meglio con la melodia, Alvisio improvvisamente rimane di nuovo solo con il suo rock ‘n roll a mezz’aria. L’amico Miller, il suo maestro, abbandona Toano e riparte per l’America... Alvisio Presi non è Elvis. Alvisio Presi è anche Elvis. Alvisio Presi rappresenta chiunque abbia in sé un desiderio, un sogno forte e tormentato che vuole realizzare ad ogni costo. 

silingardi foto

Lele Silingardi (Reggio Emilia, 27 marzo 1974). Diplomato in agraria, ha poi sempre lavorato nel mondo della notte reggiana come barman. Scrive da sempre. “La vera storia di Elvis” è il suo primo romanzo, o favola rock come a lui piace chiamarla.

Dejà vù

Un fascio di luce accecante cadeva dal cielo perpendicolare sulla casa di Alvisio e illuminava le facce attonite di tutti gli abitanti del paese che si erano riuniti lì fuori ad aspettare che uscisse. Non mancava nessuno. Parlavano tra di loro a bassa voce e guardavano in alto come a cercare un dettaglio che sfuggiva alla loro attenzione. Tutta Toano aspettava attonita ed incredula fuori dalla porta. Ester piangeva a dirotto consolata dal fidanzato bruttino che la stringeva in un abbraccio tanto forte quanto rassegnato. Il chiacchierio stagnava dal fondo come una pozzanghera maleodorante colpita dai raggi del sole dopo un folle temporale estivo. Bianca e Romano erano davanti a tutti, immobili e zitti, e aspettavano che la porta di casa si aprisse. Tutti i lavoratori dell’azienda avevano abbandonato ogni mestiere e pregavano che Alvisio potesse ripensarci. Il ragazzo chiuse la porta di camera e si voltò per un attimo, gelido, ad osservare il suo passato sigillato ermeticamente dietro di sé. Poi scese le scale e aprì la porta d’ingresso ed improvvisamente la folla si dispose su due lati per farlo passare. Il coro s’interruppe di colpo e gli sguardi increduli della gente aggredirono Alvisio da ogni direzione. Il paese lo fissava attentamente ma nessuno osò commentare ad alta voce quello che stava succedendo. Alvisio passò in mezzo a tutti loro con lo sguardo proiettato in avanti, alto e fiero in quegli ultimi istanti di quella vita. Bianca e Romano lo seguirono per un po’, fintanto che il loro bambino non si mescolò con la nebbia che circondava tutt’intorno quell’istante maledetto. La vecchia corriera blu era parcheggiata infondo a quei pochi passi che separavano Alvisio da Toano. Salì convinto e la porta lo chiuse immediatamente dentro. Un tuono improvviso e sanguigno, cancellò per sempre il ricordo del ragazzo dagli occhi della gente. Il paesello subito dopo ritornò alle proprie faccende come se tutto non fosse mai avvenuto veramente. Gli occhi di Toano erano abituati alle partenze e con un po’ di mestiere, tipico dei più esperti, ogni emozione qualunque essa sia, si riesce a controllare e modulare perfettamente. Pochi attimi dopo Alvisio si trovò proiettato in mezzo alla confusione e al baccano infernale di quella stazione ferroviaria giù in città. Non aveva mai visto, in diciott’anni, tante persone tutte insieme. Non capiva cosa facessero di preciso nè dove fossero dirette alla fine di quell’agognata rincorsa. Ognuno lo scansava come un appestato e nessuno gli rivolse parola, nemmeno per salutarlo. Alvisio sembrava essere un fantasma calato dal cielo. Il suono stridulo del treno sui binari tagliava l’aria a metà ferendo le orecchie dei viaggiatori che fumavano sigari e brontolavano di qualcosa chiassosamente sotto i loro cappelli grigi. Il ragazzo era fermo all’entrata della stazione ed osservava tutto questo movimento decisamente scosso e sconcertato. Si guardava intorno per capire cosa dovesse fare e che direzione prendere. Quello era il mondo che si svegliava ogni mattina insieme a lui ma parecchio lontano dalle sue montagne. Quella era un pezzo di realtà e di vita che non aveva mai osservato da vicino, ma della quale aveva sempre sentito parlare. Quello era parte del caos che avrebbe dovuto imparare a conoscere ed affrontare da solo da quel giorno in poi. Improvvisamente una voce femminile, confusa nel frastuono generale, cominciò ad attirare la sua attenzione. Ma era troppo debole e sottile per risaltare in quel chiasso insopportabile. A tratti si faceva più forte e pareva chiamasse proprio lui: “Alvisio, Alvisio, vieni... da questa parte... Alvisio... svelto...” Il ragazzo cercava di catturare e afferrare quella voce confusa in mezzo a tutte le altre osservando la bocca della gente per capire da chi provenisse quel richiamo. “Alvisio... da questa parte. è di qui che devi venire... presto... il treno sta per andare. Devi salire ora, non è rimasto molto tempo. Affrettati...” Alvisio cominciò a correre verso la biglietteria sempre più trafelato. “Ben arrivato Alvisio... ti stavo aspettando. Sei un po’ in ritardo ma hai ancora qualche minuto. Devi decidere ora se vuoi partire, altrimenti svegliati perché domani ti aspetta una dura giornata di lavoro a casa...” La voce che sentiva proveniva da dietro il vetro della biglietteria. Quella donna con la faccia di nessuno lo stava aspettando per farlo partire. Quella voce continuava a tallonarlo insistentemente: “Sei pronto? Devi dirmi dove vuoi andare, fai il biglietto e sali.” Alvisio tirò fuori dalla tasca alcuni spiccioli e li offrì a quella donna.

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