Le rose di Monia Vedi a schermo intero

Le rose di Monia

Isabella Portera

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ISBN: 9788874188482

12,00 €

Lettere 237 | p.91 | ed luglio 2014

Quando i giorni si sommano fra loro in modo meramente matematico formando settimane, mesi, anni bisogna
fermarsi e guardarsi dentro, per restituire a quei giorni e a quel tempo un senso ed un significato.
E’ ciò che la protagonista proverà a fare, scavando nel proprio vissuto spaziando tra presente e passato in modo apparentemente caotico, lasciandosi guidare da immagini spesso sfocate e improvvise, scoprendo così inaspettate relazioni fra cose e situazioni, associando oggetti a stati d’animo, persone a gesti,luoghi a sguardi , un sorriso ad un pianto, per ricomporre i frammenti di un puzzle che sembra impazzito, come petali di rose sparsi a terra.

Capitolo primo

Tutto era cominciato con quel nido di vespe. All’inizio non aveva capito bene cosa fosse quella fogliolina verde attaccata al vetro del balcone che, giorno dopo giorno, si ingrandiva, solo alla fine si rese conto di cosa fosse realmente, quando vide che era diventata un favo dal quale entravano ed uscivano le vespe. Andò allora dalla signorina Merli, la simpatica vecchietta che abitava sul suo stesso piano, appassionata di animali, cinque gatti e un bel cane lupo, la quale le consigliò di non toccare nulla e dare fuoco al nido, proteggendosi viso e mani. Dovendo partire per le vacanze, Sara, senza indugiare oltre, si affrettò a compiere l’odiosa operazione che le sembrò insolitamente semplice. Cosparso il favo di alcool e indossati guanti di gomma gli diede fuoco, ma l’impresa si rivelò all’improvviso più difficile del previsto: le vespe cominciarono a fuggire a gran velocità e lei fece appena in tempo a rientrare in casa, non potendo evitare che una vespa impazzita le pungesse la mano attraverso il guanto di gomma. Ma quella del nido di vespe fu solo una delle tante cose che le apparvero strane quell’estate. I girasoli ad esempio. Ricordava ancora quel pomeriggio torrido: lei e Alberto erano in viaggio, appena partiti per la loro vacanza e stavano percorrendo una piana assolata e calda. Passando vicino ad un esteso campo di girasoli era rimasta colpita da quella suggestiva moltitudine di fiori, una macchia compatta di giallo intenso, nell’arida pianura circostante. Erano tutti allineati, bellissimi, orgogliosi e regali, fieri nel loro portamento eretto, sembravano quasi aver catturato i raggi del sole incorporandone il calore e la lucentezza. Aveva pregato Alberto, il marito, di cogliergliene uno, ma lui si era rifiutato categoricamente, aveva accostato la macchina e le aveva detto in tono arrabbiato: “Senti, ascoltami bene, io non mi muovo, vai tu, prendilo e cerca di non farti sparare da qualche contadino...” Sara era scesa, faceva molto caldo, aveva provato a staccarne uno ma subito si era resa conto che senza un coltello o delle forbici sarebbe stata un’impresa impossibile, si sentì sgomenta davanti a quei fiori così alti e si accorse di essersi ferita ad una mano. Tornò allora verso l’auto e disse al marito in tono stanco: “Dai, provaci tu, io non ce la faccio.” Alberto, senza guardarla, scese dall’auto bestemmiando, aperto il portabagagli, prese un cacciavite e a pugni stretti si recò verso il campo dove si avventò con ferocia su un girasole, recidendolo. Arrivato vicino a lei, col viso sudato, il respiro affannoso e gli occhi di ghiaccio, glielo aveva gettato ai piedi sibilando: “…..e vedi di non sporcare l’auto.” Una volta in albergo Sara aveva preso il girasole e lo avevo adagiato in terrazzo: era pesante ed oleoso e mentre lo posava in terra il povero fiore si accartocciò su stesso. Lo fissò a lungo, isolato dagli altri sembrava brutto, putrido e spento come se l’iniziale splendore gli derivasse unicamente dall’appartenenza ai suoi simili, sradicato dal suo habitat risultava inutile, rinsecchito e triste. Il giorno dopo, pregò la cameriera di gettarlo via. Ripensando a quell’estate le compariva ancora un altro flash nella memoria, uno strano canto di gallo, un canto che l’aveva ossessionata per tutta la durata del soggiorno. Un canto cupo e strozzato, a volte rabbioso, cominciava verso le undici del mattino, proseguiva ad intervalli di un’ora, per poi sparire nel pomeriggio… un memento grottesco di rabbiosa impotenza che le rimbombava nelle orecchie. No, non c’era stata una sola cosa sana e limpida durante quell’estate maledetta, tutto le era apparso guasto, corrotto, opaco, come in disfacimento. E poi... come non ricordare ancora quell’immagine… quella strana casa di fronte al loro albergo… Ogni giorno durante la loro vacanza, osservava, quasi con sgomento, quella costruzione bislacca che si ergeva di fronte al loro terrazzo, quel parallelepipedo grigio di cemento dalle finestre strette ed anguste con un mattonato ugualmente grigio davanti, senza fiori né alberi, assolato e arido. Le faceva pensare, nonostante l’apparente grandezza, ad un luogo angusto e scuro, dentro al quale si intuiva la luce del sole penetrasse solo obliquamente, un rifugio buio, una sorta di nascondiglio segreto nel quale seppellirsi, un sotterraneo nel quale farsi volutamente dimenticare dai vivi, sfuggendo ai loro sguardi. Sembrava un bunker postatomico e lei si chiedeva quali criteri avesse seguito l’architetto nel costruirla, spiava l’ingresso per capire chi vi abitasse e solo alla fine della vacanza scorse, una sera, una coppia di anziani entrarvi e richiudere velocemente la porta. Sì… quell’estate… si era accorta subito che quell’estate la loro vacanza era stata il suggello di un ulteriore fallimento, aveva sperato che quel periodo di assidua vicinanza li avrebbe costretti a chiarire, a parlare, a comunicare. Invece il distacco fra loro era come aumentato rendendo la frattura ancora più insanabile e lei, pur rendendosene conto, non era stata in grado di intervenire, si era solo lasciata trascinare stancamente dagli avvenimenti; ricordava ancora quelle serate, tristi e interminabili, trascorse in camera in albergo: il marito dormiva e lei dalla terrazza fissava stancamente la gente che passeggiava sul lungomare, rimaneva ad osservare quel via vai di persone, ad ascoltare le loro risate, il loro parlare finché il vocio non andava scemando. Era la vita che le scorreva davanti, come fossero le immagini di un film che da spettatrice guardava, immaginando storie e situazioni. Poi mestamente si recava a letto a fissare le ombre degli oggetti circostanti proiettate dalla luce metallica della luna sui muri, ombre che toccavano il soffitto, allungate e deformate in un gioco grottesco, a volte persino pauroso. Sembrava che i suoi pensieri, le sue paure, le sue incertezze cercassero una forma entro la quale concretizzarsi. No... Sara non era riuscita a definire quel malessere silenzioso che l’aveva consumata durante quell’estate maledetta nè a focalizzarne l’origine, aveva solo percepito in modo istintivo e confuso che qualcosa stava sfuggendo al suo controllo.

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