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Quando la morte ti sorride

David Manfredi 

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ISBN: 978-88-7418-828-4

12,00 €

Lettere 255 | p. | ed. maggio 2014

Giacomo, l'antieroe della storia, è un insegnante in crisi, e la sua compagna fedele è la depressione. In un college universitario conosce uno studente, per il quale prova un'attrazione non corrisposta, che si trasforma in morbosa infatuazione. Rifiutato, Giacomo dà sfogo alle sue ossessioni: stalking, occultismo e gioco compulsivo, le sue droghe preferite. Sullo sfondo la madre del protagonista, che appare in disparte, ma ha invece in mano, senza saperlo, il destino del figlio.

David Manfredi (pseudonimo di David Manfredi Troncone), insegnante, è nato a Vercelli nel 1956, da genitori di origine campana. Si è laureato a Firenze in Lingue e Letterature Straniere Moderne e ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Anglistica presso l'Università di Chieti-Pescara. Attualmente è titolare di cattedra di lingua e civiltà inglese in una scuola superiore di Assisi. Ha pubblicato un saggio critico su CUORE DI TENEBRA, un racconto di
Joseph Conrad.

CAPITOLO I
GENESI DELL’ERRORE

Verdiana, 14 gennaio, ore 17

Me ne stavo seduto nella hall della reception del college universitario L’Arcobaleno, davanti a una rivista. Un articolo aveva attirato la mia attenzione: un noto personaggio inglese, non riuscendo a sconfiggere la depressione, aveva scelto il suicidio assistito ed era andato in Olanda per mettere in atto il suo proposito. Se ne parlava molto in quel periodo di eutanasia, ma non avrei mai pensato che si potesse applicare ai malati di disturbi mentali. Io, una volta, ci avevo provato a togliermi la vita, ma mi era andata male. Accadeva quindici anni prima, in un albergo nei pressi del casinò di Garmisch, nota località turistica della Baviera. Alloggiavo là insieme con un amico spagnolo, all’epoca in cui lavoravo in Germania. Dopo aver perso tutto alla sala da gioco, avevo ingerito una forte dose di sonniferi e di tranquillanti. La vodka che avevo bevuto in precedenza, era servita a darmi coraggio e a farmi perdere la consapevolezza di quello che stavo facendo. Pedro però, con il quale condividevo la stanza, era tornato in tempo, e mi salvai con una lavanda gastrica. Si trattava di un episodio isolato, che non aveva lasciato il segno. Nessuno dei miei parenti ne fu mai informato. A parte quell’inconveniente, avevo dei bei ricordi della Germania e rimpiangevo di non esserci rimasto. Erano mancate le condizioni, in quel paese ero solo un insegnante a tempo determinato, nei corsi di italiano per i figli degli emigranti. Ora, quindici anni dopo, la mia situazione lavorativa si era stabilizzata, ma erano peggiorate le condizioni di salute. Dal mese di settembre mi trovavo, su mia richiesta, in aspettativa senza stipendio. Per non sentirmi in colpa a stare un anno senza far niente, mi ero inventato un master come alibi, presso l’Università di Verdiana. Me ne sarei pentito a distanza di poche settimane, ma come avrei potuto prevedere le conseguenze di quella scelta? Il diavolo ci aveva messo la coda... A quarantotto anni ero tornato a fare la vita dello studente: le lezioni, gli esami, la mensa. Con il pensiero altrove, continuavo a sfogliare le pagine senza interesse, osservando il passaggio degli ospiti dall’ingresso principale. Fuori, del resto, l’atmosfera invernale non m’invogliava ad uscire. Alcuni studenti, impegnati a studiare nelle sale sottostanti, salivano ogni tanto per un break e prendevano qualcosa ai distributori automatici. A un certo punto però, l’arrivo di un giovane nella hall mi scosse dalla mia abulia. Non era uno che ti colpiva a prima vista, a parte lo sguardo. Vinsi la mia timidezza e presi l’iniziativa di salutarlo; forse erano gli psicofarmaci a rendermi più intraprendente: “Salve”. “Salve”, bisbigliò lui. Secondo il mio stile, iniziai la conversazione in modo critico: “C’è poca vita in questo college, e la città non è esaltante... Però potrei darmi alla meditazione”. “Del resto, noi siamo qui per studiare... Per avere un po’ di vivacità bisogna spostarsi in un posto più grande”, disse lui. Massimo era un bel ragazzo bruno, in apparenza sui venticinque anni o poco più, con una leggera barba, occhi color ghiaccio e un sorriso a 32 denti, bianchi e splendenti. Sorrideva sempre: quello era il suo punto forte e lo usava per sedurre i suoi interlocutori. Aveva un’espressione accattivante, di uno che è pronto a fare un sol boccone della sua preda, che in quel caso ero io. “Cosa studi?” “Psicologia”, rispose, senza informarsi di me. ”Io, invece, sono qui per un master d’italiano L2”. “Elle che?” “Lingua seconda, cioè straniera”. Non era il caso di sottilizzare, e aggiunsi: “Insegno già italiano da tanti anni, ma mi piacerebbe cambiare per non fossilizzarmi, e lavorare con gli stranieri”. “Quindi deve specializzarsi. Che voglia di tornare a studiare!” “Se ci sono le motivazioni... Ho preso un’anso di congedo per studio”. “Insegna all’università?” “No, in una scuola superiore a Stella di Ponente, ma mia madre abita ad Aurea Domizia, dalle parti di Apollonia. E tu di dove sei?” “Sono di Leandria, c’è mai stato?” “Sì, è una bella città; ci sono passato diverse volte, quando andavo a Porto Silvestre per il dottorato di ricerca”. “E a Stella di Ponente o ad Apollonia non ce n’erano di master da fare? E poi ha già il dottorato”, come a dire: con tanti posti proprio qui doveva venire... Non ce la faceva proprio a non sorridere e aveva su di me un effetto calamita. “È vero, di solito si fa prima il master e poi il dottorato, ma si tratta di ambiti diversi. Mi sono iscritto in ritardo, c’era rimasto solo questo che poteva andarmi bene. Sarei andato anche a Friulia. Facevano lo stesso master anche loro, ma c’era un numero limitato di iscrizioni e alla fine mi hanno escluso per l’età”. Facevo del mio meglio per tenere in vita la conversazione, temendo che Massimo alla fine se ne andasse per tornare ai suoi studi. “Che anno frequenti?” Mi sforzavo di parlare con tono distaccato, per nascondere le emozioni. “Sono fuori corso. Ora, però, mi manca solo l’esame di inglese e la tesi. Qualche anno fa avevo interrotto gli studi, poi ho ricominciato. In tutto sono sette anni che sono qui a Verdiana”. “In cosa ti specializzi?” “Psicologia clinica”. “Ah, interessante... e quando pensi di finire?” “Spero di discutere la tesi in autunno, così poi l’anno prossimo faccio l’iscrizione all’albo”. Feci finta di non essere informato: “E che prospettive hai nel lavoro? Come psicoterapeuta o come psichiatra?” “Posso esercitare solo come psicoterapeuta; purtroppo qui in Italia con la mia laurea non si può fare altro. Secondo me non si dovrebbe differenziare. In questo modo siamo limitati per il lavoro”. Mi sembrò poco informato: uno psichiatra ha una laurea in medicina, mentre lui studiava a scienze della formazione, una facoltà umanistica. Almeno in questo caso il Bel Paese non c’entrava, ma non dissi nulla, per non contrariarlo. Soprattutto, in quei momenti, non volevo vedere i suoi limiti, ero “distratto”...

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