Riti di iniziazione e nonnismo. Il caso Folgore Vedi a schermo intero

Riti di iniziazione e nonnismo. Il caso Folgore

Massimiliano Santucci

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ISBN: 978-88-7418-802-4

12,00 €

Territori 60 | p.241 | ed. marzo 2014

Questo libro, frutto della rielaborazione di una tesi di laurea, costituisce un valido strumento, una “cassetta degli attrezzi”, per comprendere un fenomeno, il nonnismo, che andrebbe capito, prima ancora che “smontato” e contrastato.
Ad esso si riconduce qualsiasi forma di prevaricazione di gruppo che, trovando in supposte tradizioni e nella ritualità della caserma un terreno particolarmente fertile, si sarebbe trasformata in vera e propria cultura, da sempre presente nelle comunità militari e non solo.
La vulgata sul nonnismo è stata appannaggio dei media che lo hanno portato periodicamente alla ribalta in occasione di atti violenti o criminali ad esso ascrivibili occupando periodicamente le pagine di cronaca nera e giudiziaria.
Santucci, che ha prestato servizio militare all'interno della Brigata Folgore durante il corso di studi in Scienze politiche, è partito proprio dall'esperienza sul campo (ha valicato il limite) e, avvalendosi della sinergia tra discipline differenti (storia, psicologia, etnografia, socilogia e antropologia), ha definito un quadro di orientamento super partes, al di fuori di simpatie filomilitariste o idiosincrasie verso l'Esercito.
Ne risulta uno studio che potrà essere di ausilio a chi, non solo all'interno dell'organizzazione militare, debba affrontare o voglia approfondire un argomento del quale si parla meno dopo la fine della leva obbligatoria ma al quale non è certo impermeabile l'esercito professionistico.
Una lettura scorrevole su di un tema spinoso, che trova qui ampia e proficua trattazione.

Massimiliano Santucci (Pinerolo, 1974) dopo la laurea in Scienze politiche, ha lavorato per 10 anni nel settore dei servizi all'impresa. Attualmente svolge l'attività di sindacalista presso Fisascat Cisl provinciale di Torino. Questa è la sua prima pubblicazione

Premessa

Reculer pour mieux sauter.
Presente da sempre in tutte le comunità militari del mondo il nonnismo si può a ragion veduta considerare “fisiologico” all’ambiente militare. La sua presenza nell’esercito di Giulio Cesare è provata dal fatto che lui stesso ne parli nel De Bello Gallico e anche Plauto ne accenna nel Miles Gloriosus. Ciononostante, è soltanto in questi ultimi anni che il fenomeno è venuto alla ribalta della cronaca. L’interesse così suscitato ha però portato ad affrontare il tema in maniera parziale e drammatizzata e questo non ha sino ad ora favorito alcun pubblico sviluppo delle conoscenze su di esso. Ciò che del nonnismo si conosce rappresenta solo la “punta dell’iceberg”, composta dal peggio del fenomeno stesso. Ecco allora lo scatenarsi di una furiosa “caccia alle streghe”. A mobilitarsi sono stati innanzitutto il mondo dei media, seguiti da quello politico e militare. Nell’ambito delle iniziative intraprese per contrastare il nonnismo, lo Stato Maggiore dell’Esercito ha istituito, nel mese di Aprile del 1998, una Commissione di esperti incaricata di approfondire la problematica sotto gli aspetti fenomenologici, di analizzare e valutare l’efficacia delle misure preventive e repressive già in atto nelle Forze Armate, di monitorizzare per un anno i vari eventi riconducibili al fenomeno stesso. La commissione ha visitato una decina di caserme, ha interrogato ufficiali e truppa e alla fine ha consegnato un rapporto mai reso pubblico, contravvenendo alla tanto predicata “socializzazione” dei dati e delle informazioni, vista non solo come forma di rispetto nei confronti di chi ha dato il proprio contributo ma anche perché i risultati di una ricerca possono essere utili non solo al committente. Soltanto a Febbraio 2001 è stato presentato il libro a cura di Battistelli, Anatomia del Nonnismo, l’estratto della parte sociologica della ricerca commissionata al gruppo di studiosi.Da quel poco che era trapelato dalla stampa prima della pubblicazione, si era potuto constatare come si fosse puntato ad una “medicalizzazione” del problema, riconducendolo a fattori come la qualità della vita nelle caserme (“occorre una maggiore comunicazione e soprattutto migliorare le strutture: se in una caserma ci sono 600 soldati e sei docce, è evidente che faranno la doccia i più aggressivi.”), il disagio giovanile, il bullismo, una certa opacità nella gestione delle questioni interne da parte delle forze armate. Accanto agli intenti generalizzanti, risulta evidente un’involontaria destoricizzazione (intesa come recisione dei nessi del fenomeno considerato con la sua genesi e il suo contesto) e l’attenzione centrata esclusivamente sugli aspetti endogeni del fenomeno. Risultano applicati i medesimi parametri conoscitivi all’intero esercito di leva, non tenendo conto della specificità in esso rappresentata (almeno sino ai primi mesi del 2000, con l’abolizione della leva nei paracadutisti) dai militari di leva della Folgore, della storia e dell’organizzazione di questo corpo; presenti solo in secondo piano gli aspetti dell’influenza e del cambiamento dell’opinione pubblica nei confronti del servizio militare e dei mutamenti di valori nel mondo giovanile (temi per altro trattati approfonditamente da Battistelli in altre circostanze). Conseguenza di tale relazione è stata l’emanazione di una circolare da parte del capo di Stato Maggiore dell’Esercito, del 24 Marzo 1999, che ha dettato una serie di direttive per contrastare il fenomeno della violenza nelle caserme. In particolare, con tale atto è stato istituito un Osservatorio permanente sulla qualità della vita nelle caserme e sui disagi sofferti dal personale, quale diretto organo di consulenza del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito.

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