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Servitori danzanti

Chiara Del Soldato

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ISBN: 978-88-7418-862-8

13,00 €

Lettere 247 | p.176 | ed. marzo 2014

Un uomo che vaneggia, due sorelle concentrate sui propri problemi, una donna scomparsa ed un diario che ricuce i legami, lenisce ferite. Questi i protagonisti della storia che si svolge nell'arco di poche ore ma ha lo spessore temporale di una vita intera. Un romanzo sulla nostra distrazione, sul libero arbitrio e sull'amore che a volte non basta.

Chiara Del Soldato, nata a Grosseto, docente di Italiano e Latino presso il L. Scientifico di Rieti, dopo aver esordito nel '99 con "Jader", vincitore del Premio Lett. Naz. Città di Cimatile (NA), pubblica con Prospettiva editrice i romanzi "Magia di un'idea" (2002), "La vita che forse" (2006), "Non sempre la stessa storia" (2010), "Ti amerò mio malgrado" (2012, anche come ebook) e la raccolta di racconti "I colori dell'anima" (2004)

Non era mai successo niente di strano in quella cittadina di provincia, una città a misura d’uomo, come amavano dire i suoi abitanti, col traffico moderatamente caotico, creato da file d’auto non troppo indisciplinate e da centauri non troppo incoscienti, con persone che si spostavano ancora in bicicletta.
Una cittadina con alberi ai lati della strada, aiuole curate in mezzo alla piazza di sampietrini, tavoli ordinati davanti ai caffè, carrozzine sui marciapiedi; un centro in cui i giornalai e i salumieri ancora sorridevano e scherzavano con i clienti, in cui era possibile uscire di notte senza temere di essere aggrediti.
Una città tranquilla, da cui i giovani cercavano di fuggire, nella speranza di trovare altrove maggiori stimoli e divertimenti.
Proprio perché non succedeva mai niente, tutti erano informati su tutto. Chiudeva un negozio? Ne apriva un altro? Arrivava il circo? Un’ispezione della finanza? Una fuga d’amore? Tutto si sapeva nel giro di mezza giornata.
Il centro smistamento delle notizie era da sempre il bar in piazza, il più antico della città, un’istituzione. Il proprietario, come già suo padre prima di lui, era al corrente di tutto quello che avveniva o si raccontava ai suoi tavolini.
Un giorno il destino offre a lui sul piatto d’argento un fatto straordinario. Lui potrà dire di aver visto e non sentito dire, di essere intervenuto, di aver collaborato. Verranno a chiedere, vorranno sapere e lui sarà una fonte autentica, autorevole.
Nella città perfetta, appunto, alle diciotto e trenta di un giorno di metà febbraio, un uomo anziano attraversa incautamente la strada mentre il conducente di un’auto, che procede a velocità normale tra aiuole, alberi, carrozzine e pedoni, è disturbato dal suono del cellulare o forse attirato dalla bellezza impudica di una ragazza che gli sorride da un cartellone pubblicitario. Un attimo di distrazione e l’uomo è colpito, cade a terra e non si rialza.
Il conducente scende dall’auto spaventato, esterrefatto, grida che non ha colpa, che quell’uomo gli è sbucato d’improvviso davanti, che sembrava ubriaco e barcollava. Il vecchio dice parole senza senso. La gente accorre; qualcuno dice a qualcun altro di chiamare l’ambulanza.
Corrado, il proprietario del bar, dà velocemente il resto ad una signora, indaffarata col portafoglio, anche lei ansiosa di uscire per vedere con i suoi occhi; poi corre in strada, facendo segno al suo cameriere di dare una controllata al bancone.
Qualcuno ha riconosciuto nell’investito il marito della vecchia farmacista, quella del vicolo. Bisogna avvertire la figlia, suggerisce un altro, indicando in direzione della farmacia.
Corrado conosce Giada, che ormai sta in negozio al posto della madre; era l’amica del cuore di sua sorella. L’aveva vista crescere con gli occhi attenti di un adolescente. I loro contatti si erano ricreati, da che Corrado era spesso in farmacia per sua madre.
“Vado io…” si affretta a dire e già s’è incamminato, pensando alle parole giuste da pronunciare per non essere troppo brusco.
Entrando, la cerca al bancone alto che richiama l’arredamento retrò dell’ambiente, ammobiliato con scaffali in legno scuro. Nonostante lo scombussolamento, non riesce a non pensare che Giada ha fatto bene a mantenere tutto come ai tempi di sua madre. Sarebbe stonato, lì, un punto vendita con luci al neon e porte automatiche, con scaffali ricolmi di tutto fuorché di medicine, supermercato più che farmacia.
Dietro al bancone Giada non c’è, ma un attimo dopo torna dal retrobottega portando varie scatole di medicinali. È attenta a che non le cadano e procede a occhi bassi.
Appena Corrado la vede, passa avanti alle altre persone e le fa cenno di doverle parlare con una certa urgenza.

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