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L'interrogatorio dei prigionieri e le strategie di occultamento linguistico

Veronica Sciarra

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ISBN: 978-88-7418-844-4

12,00 €

Territori 66 | p.89 | ed. gennaio 2014

La tortura nel XXI secolo tra vecchie e nuove strategie.

L’intenzione che mi ha portato a trattare un argomento così delicato è stata sicuramente quella di porre l'accento su come la comunicazione possa subire manipolazioni tali da modificarne integralmente il significato originale. Come descritto in questo libro, infatti, la comunicazione viene completamente stravolta dai suoi obiettivi iniziali, dagli atteggiamenti, dalle convinzioni e dai credo culturali che la condizionano.
Le tecniche di interrogatorio e tortura, e il loro insegnamento, rappresentano l'esempio più evidente di quanto enunciato. Nei manuali analizzati all’interno del testo appare chiaro come la comunicazione possa essere instradata in modo da ottenere i risultati sperati e spingere i soggetti a rispondere come vogliamo alle nostre richieste, tanto che per ottenere gli effetti voluti, si agisce sia sul torturato che sui suoi aguzzini. Questi ultimi, infatti, vengono talmente indottrinati da ritenere giusto ogni strumento utile per raggiungere l'obiettivo prefissato.
La tematica affrontata è stata inoltre inserita in un contesto attuale e di grande interesse come quello della guerra in atto tra Al Qaeda e gli Stati Uniti d'America.

Veronica Sciarra nasce a Roma nel 1989. Bilingue sin da piccola, grazie all’insegnamento da parte della madre della lingua francese, si appassiona sin da subito alle lingue straniere, che ha fatto oggetto del proprio percorso di studi. A seguito del conseguimento del diploma linguistico e la Laurea in Lingue e Letterature straniere presso l’Università degli Studi di Cassino, è attualmente iscritta al corso di Laurea Magistrale in Comunicazione Interculturale d’Impresa presso l’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo’”. 

Introduzione


Il seguente lavoro si propone di analizzare la capacità dell’uomo di manipolare e controllare il linguaggio anche e soprattutto in condizioni di stress e, in particolar modo, durante lo svolgimento di un interrogatorio. Relativamente a questa pratica verranno inoltre analizzati il Kubark Manual, lo Human resource exploitation Manual, il manuale FM 34-52, l’FM 2-22.3 e infine l’Al Qaeda handbook, utilizzati per l’addestramento degli interrogatori dell’esercito americano e/o della CIA e per quello dei membri facenti parte dell’organizzazione di Al Qaeda, per evidenziare come nella loro stesura sia stato fondamentale l’utilizzo di tecniche di manipolazione e di occultamento linguistico. La scelta degli argomenti da trattare è strettamente legata alla loro attualità. La manipolazione linguistica è infatti un fenomeno al centro della gran parte delle attività della nostra vita quotidiana, a partire dal semplice dialogo tra due amici fino ad arrivare ai discorsi di propaganda dei politici o alle campagne pubblicitarie. Al contempo, l’interrogatorio è alla base di numerose e odierne discussioni a livello mondiale; si dibatte sulla legalità delle tecniche utilizzate per indurre gli interrogati alla collaborazione e soprattutto si discute sulla validità di questa pratica come risposta efficace per riuscire a debellare l’attuale minaccia terroristica. Il primo capitolo è totalmente incentrato sulla definizione del concetto e delle funzioni fondamentali del linguaggio, e sul chiarimento dell’idea di manipolazione linguistica, sia in modo teorico, sia grazie all’utilizzo di esempi concreti. Il linguaggio è il principale mezzo di comunicazione e soprattutto di evoluzione dell’uomo, ma affinché questo si sviluppi è necessario il contatto con i propri simili, è necessaria la socializzazione. Caso emblematico può essere quello del Selvaggio dell’Aveyron, un bambino di appena 11-12 anni ritrovato in una foresta, vissuto tra gli animali senza alcun tipo di contatto umano, il quale, nonostante l’impegno e la dedizione del dottor Itard, non riuscì mai a parlare fluentemente, fu infatti in grado di articolare solo un paio di parole. A partire da questo esempio si sono potute analizzare alcune delle principali teorie linguistiche quali quelle di Piaget sull’apprendimento della lingua materna da parte del bambino; quelle di Hockett che si propone di distinguere le caratteristiche del linguaggio umano da quelle del linguaggio animale; e quelle di Jackobson e di Halliday entrambi concentrati sulle funzioni principali del linguaggio. Al termine di questo excursus sul linguaggio è stato introdotto il concetto di manipolazione linguistica partendo da una caratteristica intrinseca del linguaggio stesso, ovvero l’ambiguità. Secondo la teoria matematica della comunicazione di Pierce, infatti, il rapporto tra significante e significato non è immediato, ma mediato dalla presenza di un interpretante diverso da individuo a individuo. É proprio a partire da questo rapporto che viene dunque a crearsi l’ambiguità linguistica causa di incomprensioni e base delle principali tecniche di persuasione come la PNL. Fondamentale per la pratica della manipolazione linguistica è però soprattutto la scelta delle parole da utilizzare nell’elaborazione degli enunciati e la loro disposizione all’interno della frase, come spiegato dallo studio condotto da Ellen Langer, la quale dimostrò che, ad esempio, nel momento in cui si richiede un favore, l’utilizzo di una sola parola come perché può farci ottenere risultati positivi. Grazie agli esempi proposti sarà quindi possibile giungere alla conclusione che la manipolazione linguistica è una pratica largamente utilizzata nella vita quotidiana che ci vede contemporaneamente come vittime e come artefici. Con il secondo capitolo si entrerà nel vivo dell’argomento introducendo innanzitutto la prassi dell’interrogatorio e l’annessa pratica della tortura. Come emerso infatti dalla lettura del libro di Elaine Scarry “The body in pain”, al quale si farà riferimento, spesso durante l’interrogatorio non ci si limita a porre delle domande al prigioniero e magari tentare di destabilizzarlo a livello psicologico, ma si ricorre all’uso della violenza per far sì che attraverso la sofferenza fisica si ottenga la dissoluzione del linguaggio del detenuto, il quale si limiterà ad esprimersi con un linguaggio che si può definire primitivo, fatto di urla e grugniti. La dissoluzione del linguaggio porterà al conseguente annullamento della persona che si sentirà totalmente sottomessa al potere dell’interrogatore e pertanto cederà alle richieste di confessione. A tal proposito è stata analizzata nello specifico la posizione degli U.S.A. riguardo l’utilizzo di tecniche coercitive con riferimenti ai numerosi manuali redatti per l’addestramento degli interrogatori. È stato quindi dimostrato che, nonostante la pratica della tortura sia considerata illegale sul suolo americano, gli organi di difesa degli U.S.A. continuino ad utilizzare la tortura, soprattutto per il trattamento dei prigionieri restii alla collaborazione. Relativamente a questa problematica è stato analizzato in modo generico come i suddetti manuali si siano evoluti nel tempo. Da un approccio diretto, caratterizzato dall’esplicita descrizione delle tecniche per la coercizione mentale e fisica, si passerà, con l’avanzare del tempo e la conseguente presa di coscienza da parte della popolazione, nazionale prima, e globale poi, dei trattamenti riservati ai prigionieri, all’utilizzo di diverse tecniche per l’occultamento linguistico, tanto che il riferimento e l’esortazione all’utilizzo di qualsiasi tipo di tortura sarà subordinato all’uso di particolari strategie linguistiche. Si è passati poi all’analisi, nello specifica di tre manuali, redatti dall’esercito americano e dalla CIA; il Kubark manual del 1963, lo Human Resource Exploitation manual del 1983 e l’FM 34-52 del 1992, per evidenziare, tramite l’utilizzo di esempi, come nel corso di poco meno di un trentennio questi cambiamenti si siano via via verificati e quindi di come, conseguentemente, sia cambiato il metodo di presentazione delle linee guida che caratterizzano la conduzione di un interrogatorio. È stato notato che nel 1963 nel manuale era consentito l’esplicito riferimento alla pratica della tortura; il suo utilizzo non veniva deplorato e soprattutto mancava la ripetizione ridondante della sua illegalità. Nel 1983 la situazione cambia, è ancora possibile il riferimento alle tecniche coercitive, ma non si perde mai l’occasione di ricordare che il loro utilizzo è inappropriato, inutile e soprattutto contro la legge, e a tal proposito si preciserà che qualsiasi riferimento ad esse è utilizzato esclusivamente in misura preventiva, per evitare il loro utilizzo. Nel 1992 lo scenario cambia nuovamente. Non è più possibile il riferimento a nessuna forma di violenza fisica poiché contrarie ai principi stabiliti con la Convenzione di Ginevra e in netto contrasto con le leggi vigenti nel territorio americano. Restano comunque valide le tecniche di tortura psicologica. Dall’analisi dei tre manuali è emersa dunque la risposta al crescente proibizionismo, ovvero il ricorso a forme di occultamento linguistico, grazie al quale è possibile incitare gli interrogatori all’utilizzo della violenza senza esporsi in modo diretto. Nel terzo e ultimo capitolo si è ritenuto opportuno soffermarsi ancora sull’analisi dei manuali, mettendone a confronto, questa volta, due apparentemente antitetici: un manuale relativo all’addestramento dei seguaci di Al Qaeda, l’Al Qaeda handbook, nel quale vengono fornite le linee guida per essere in grado di rispondere ad un interrogatorio e un manuale più recente dell’esercito americano, l’FM 2-22.3, del 2006, ancora una volta incentrato sul metodo migliore per condurre un interrogatorio. Verrà quindi confrontato, tramite opportuni esempi, il modo in cui i due testi trattano l’argomento e il linguaggio utilizzato per far sì che le indicazioni fornite vengano seguite. Un esempio potrebbe essere l’utilizzo costante del sostantivo Brothers, usato per riferirsi ai membri di uno stesso gruppo, nell’Al Qaeda handbook, per sottolineare il legame che li unisce in quanto figli di Allah ed esortarli quindi a difendersi e proteggersi tra loro, o la definizione unlawful enemy combatants adottata nell’FM 2-22.3 per creare negli interrogatori un crescente sentimento di astio nei confronti dei nemici. Dall’analisi dei manuali emergeranno non solo differenze, ma anche diversi punti di contatto che renderanno possibile l’ipotesi di un antenato comune ai due testi. L’ipotesi è poi avvalorata dai risultati di alcune ricerche svolte che vedono la CIA in segreta collaborazione con l’intelligence pakistana, l’ISI, durante la Guerra Fredda. Infine per meglio chiarire i concetti di occultamento e manipolazione linguistica, ancora fortemente presenti anche in questi due manuali, si provvederà all’analisi e alla traduzione di alcuni passi ritenuti maggiormente significativi.

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