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L'informazione è Cosa Nostra

Vincenzo Arena

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ISBN: 978-88-7418-845-1

14,00 €

Costellazione Orione 91 | p.120 | ed. gennaio 2014

L’appassionata ricerca di Vincenzo Arena (...) ci fa riflettere su qualcosa che è doloroso ammettere. E cioè che fare il giornalista in terra di mafia significa da una parte toccare l’essenza della professione - dare notizie oportune et importune, a qualunque costo, senza calcoli - ma dall’altra viverne la crisi di identità.
Proprio le storie dei giornalisti ammazzati dalla lupara e le testimonianze di quelli minacciati, come dimostrano le più recenti statistiche che il libro documenta, dimostrano che ci sono sì coraggiosi testimoni di un giornalismo degno di se stesso, ma che il loro esempio è motivo di studio, di ricerca, di ricostruzione; sempre meno di emulazione.
Arena ci conduce per le tante storie che hanno caratterizzato il rapporto tra mafiosi e giornalisti; ci racconta come andava un tempo e come va oggi. E ci ricorda che l’esperienza giornalistica di chi ha pagato con la vita è un atto di fiducia nell’intelligenza dei cittadini chiamati proprio dall’informazione a scrollarsi di dosso la tirannia
criminale.
(Marco Frittella, Prefazione a L’informazione è Cosa Nostra)

Vincenzo Arena è consulente del Servizio Comunicazione e Relazioni con il pubblico del Dipartimento della Protezione Civile. Giornalista pubblicista, editore e redattore del settimanale on line www.mediapolitika.com. Cultore della materia nell'ambito del corso di Giornalismo politico e radiotelevisivo presso la Facoltà di Lettere di Tor Vergata. Esperto di comunicazione web, comunicazione istituzionale e comunicazione di crisi.

PREFAZIONE
di Marco Frittella

Fa veramente piacere constatare che un libro scritto da un giovane e promettente giornalista dedicato a un tema cruciale come il rapporto tra libertà della stampa e intimidazione mafiosa, riscontri un interesse tale da parte dei lettori da portare ad una edizione aggiornata. è un segno di speranza: voci nuove e libere che si affacciano al dibattito pubblico da una parte; più forte reazione dei cittadini alle minacce al nostro vivere civile, dall’altra. Tanto più significativo perché l’appassionata ricerca di Vincenzo Arena sul rapporto tra l’informazione e la mafia ci fa riflettere su qualcosa che è doloroso ammettere. E cioè che fare il giornalista in terre di mafia significa da una parte toccare l’essenza della professione – dare notizie oportune et importune, a qualunque costo, senza calcoli – ma dall’altra viverne la crisi di identità. Proprio le storie dei giornalisti ammazzati dalla lupara e le testimonianze di quelli minacciati, come dimostrano le più recenti statistiche che il libro documenta, dimostrano che ci sono sì coraggiosi testimoni di un giornalismo degno di se stesso, ma che il loro esempio è motivo di studio, di ricerca, di ricostruzione; sempre meno di emulazione. Quanti oggi in questa società italiana, diciamolo francamente, sono disposti a rischiare la pelle per questo mestiere? Il giornalista che si trova nel piccolo paese del Sud, o anche nella metropoli meridionale, alle prese con contratti avari e precari, rappresentante solitario di un giornale magari distante – e non solo in termini di chilometri – o comunque poco solidale; iscritto ad una corporazione troppo debole verso i poteri, e la mafia è un grande potere… quel giornalista, quel corrispondente, quell’inviato speciale, in nome di quale imperativo, di quale retorica dovrebbe sforzarsi di andare oltre la riproposizione degli atti giudiziari e dei dati più evidenti e superficiali della cronaca? Giornalisti come Impastato, Fava, Alfano, Spampinato sono andati ben aldilà del “dovere minimo” della professione e, magari con tanta paura nel cuore, hanno seguito il loro senso di responsabilità. Pagando con la vita, hanno onorato il loro mestiere e segnalato le nostre carenze, quelle di chi pensa che oggi la mafia non faccia più notizia, di chi ha abbandonato il giornalismo investigativo di Giò Marrazzo e di Mauro De Mauro, di chi mette costantemente il silenziatore, di chi si autocensura. Che è poi il peccato più grave che possa commettere un giornalista: sapere una cosa e nasconderla al suo pubblico. Per cinismo, per convenienza, per carrierismo. Per paura, che forse di tutte le motivazioni è la più comprensibile e umana. E avere paura in terra di mafia è cosa che possiamo comprendere. Ma non per questo accettare. Arena ci conduce per le tante storie che hanno caratterizzato il rapporto tra mafiosi e giornalisti; ci racconta come andava un tempo e come va oggi nell’era digitale del giornalismo “cross mediale”. E ci ricorda che l’esperienza giornalistica di chi ha pagato con la vita è un atto di fiducia nell’intelligenza dei cittadini chiamati proprio dall’informazione a scrollarsi di dosso la tirannia criminale. Per questo la libera informazione è un atto culturale che modifica nel profondo la società, cercando di impedire che il cancro malavitoso vi cresca dentro. Arena, giovane studioso e giovane giornalista, da “siciliano” testardo ha già portato il suo buon contributo. E anche per questo che auguriamo a lui e al suo libro ogni successo. (Roma, settembre 2013)

I CAPITOLO
PAROLE DI PORFIDO. ALL’ASSALTO DI COSA NOSTRA

1.1. La parola testimone di libertà
“Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore” scrive Primo Levi in Se questo è un uomo. Anni prima Giuseppe Ungaretti articola la sua religione della parola nella raccolta Il porto sepolto. In particolare nella lirica “Poesia” Ungaretti ci consegna questi versi: “Quando trovo/in questo mio silenzio/una parola/scavata è nella mia vita/come un abisso”. Levi e Ungaretti sono testimoni celebri per approfondire il ruolo determinante della parola, del textus quale testimone di libertà, pilastro di dignità e autonoma coscienza nei confronti degli abusi del potere o dei poteri variamente intesi. Il textus. In secoli di dibattiti filologici e di diatribe critico-letterarie, questo concetto ha mutato i propri confini semantici e formali. Dalla cultura orale in cui è essenzialmente tessuto linguistico del discorso, come sancito da Aristotele, alla cultura scritta delle pergamene e dei codici che lo rende fisicamente determinato, all’era di Gutenberg che fissa il testo nei limiti della pagina di un libro riproducibile artigianalmente in un buon numero di copie, lo lega indissolubilmente alla stampa quale unico testimone di idee e cultura. E poi l’approdo alla cultura di massa, al testo affidato alla linotype prima e alla rotativa poi, prodotto in centinaia, migliaia di esemplari, ridotto alla stregua di una merce, ma universalmente fruibile. E ancora, il textus che si trasforma in suono, viaggiando sulle onde di trasmissione delle radio, e poi ancora nell’immagine statica della fotografia, in quella dinamica del cinematografo, in quella analogica della tv di prima generazione. Infine, l’approdo al testo digitale in cui parole, immagini, suoni vengono scomposti e ricomposti in milioni di bit e trasmessi al mondo nei nuovi modi dell’ipertesto e del web, capaci di collegare nel medesimo momento l’emisfero boreale e quello australe, le Americhe e l’Asia, passando per l’Europa. Non più tempo, non più spazio. Ed ecco che la religione della parola di Ungaretti – il trionfo del testo scritto, iconico, digitale – raggiunge il proprio apice. Ma tutto ciò che c’entra con Cosa Nostra, con il mostro magmatico e invisibile? C’entra, anzi è centrale. La mafia ha fatto e fa della parola un uso certosino e parsimonioso, ben mirato ai propri fini e alla comunicazione della propria volontà di potenza e controllo. La mafia lancia e interpreta messaggi nelle forme più diverse, ha propri codici specifici che ne sanciscono regole e valori. Quest’uso della parola da parte della criminalità organizzata è del tutto congeniale e interno. Tuttavia, valicati i confini dell’onorata società, la parola, il testo in senso più ampio sembrano spaventare e far vacillare le certezze degli affiliati e dei conniventi. La parola che scava dentro la vita, ne fa emergere la bellezza e il miracolo che ad essa è legato, mette in crisi la cultura di morte e sopraffazione di cui Cosa Nostra è sovrana maestra. La parola libera, la libera informazione, il testo non vincolato a logiche di controllo e censura sono lo strumento più sottile e significativamente più efficace nell’opera di contrasto alla criminalità organizzata.

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