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Calciodangolo

Marco Vigonolo Gargini

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ISBN: 978-88-7418-825-3

12,00 €

BrainGNU 09 | p.133 | ed. ed. novembre 2013

Il calcio visto da un altro angolo, quello dei “vinti”, squadre e giocatori che nel corso delle loro vite hanno dovuto assaporare il gusto amaro e anche iniquo della sconfitta. La Lucchese Libertas, una società dall’illustre storia (prima squadra italiana del centro-sud a fornire giocatori alla nazionale), cancellata dopo 103 anni di calcio professionistico, dichiarata fallita tre volte, a partire da un “bel” giorno d’estate del 2008. Il Livorno, sorpresa del campionato 1942-43, che resiste per 26 giornate in testa alla classifica e lotta fino all’ultimo per conquistare uno scudetto moralmente vinto, perdendolo solo a quattro minuti dalla fine del torneo grazie a un gol rocambolesco di Valentino Mazzola a Bari.

Lucchese Libertas, Livorno ma non solo. Una top 11 formata da giocatori che nella propria attività agonistica e nella vita non hanno potuto godere della stessa fortuna di altri atleti più celebrati. Undici ritratti di carriere spezzate, persino dalla morte, o compromesse da infortuni, “fatalità” avverse, scelte societarie e/o tecniche meramente opportunistiche.

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi Bela Lugosi è morto, (Fazi, 2000) e Il sorriso di Atlantide, (Prospettiva, 2003), il saggio Oscar Wilde – Il critico artista, (Prospettiva, 2007); è traduttore di oltre una    trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. 

Introduzione

Il calcio d’angolo, in questa mia personalissima accezione, non è il tiro dalla bandierina o corner, ma il calcio visto da un’angolatura diversa, da una prospettiva che non sia l’abituale discorso consacrato ai “vincitori”, cioè le squadre o i giocatori che hanno riportato soltanto o quasi sempre trionfi. Fatte le dovute eccezioni, in letteratura, come nel cinema, sulla stampa o in tv, le opere commemorative di chi ha vinto, le strenne libresche dedicate ai “grandi” sono decisamente prevalenti, spesso a senso unico e scarsamente critiche nel provare a documentare quanto e come questi club calcistici o questi giocatori siano stati effettivamente “grandi”. Certi autori, i loro libri, secondo me hanno il grosso limite di occuparsi, parafrasando la canzone di Gianni Morandi, di quell’uno su mille che ce l’ha fatta, dimenticandosi purtroppo che novecentonovantanove sono rimasti al palo, pur avendo intrapreso la stessa dura salita percorsa dall’unico premiato. Ecco che, a dispetto dell’omologazione generale alle volte servile e ruffianesca, cercare di narrare le storie di calcio che parlano dei “vinti” può sembrare a qualcuno una provocazione, un vezzo romantico quasi snob, o addirittura “provinciale”, secondo il significato attribuito all’aggettivo da un noto personaggio del recente passato, ormai defunto, che così qualificò chi osò a suo tempo recriminare su presunti torti arbitrali ricevuti. Si trattava ovviamente di un’affermazione proterva e arrogante di un vincitore abituale che con disprezzo definiva “provinciali” le critiche, perfino giustificate, degli sconfitti, secondo l’antico adagio “Væ victis”… Dal momento che sono nato a Lucca e dovendo in qualche modo dare inizio a questo libro con un esempio eclatante di “sconfitta”, ho scelto di rendere un omaggio alla Lucchese Libertas, dichiarata fallita dopo 103 anni di vita nel calcio professionistico. È un caso tristissimo di una società dall’illustre passato che, in un’epoca di speculatori, di personaggi mediocri e di scarso rilievo dato dalla classe politica alla cultura e allo sport, ha dovuto cedere e sacrificare oltre un secolo di testimonianze e di storia, e che storia! La scomparsa dal panorama calcistico della Lucchese rappresenta la sconfitta non tanto di una squadra, ma di un città intera incapace di coltivare e preservare un patrimonio pubblico sportivo e culturale. In secundis, incurante di tutte le amnesie e tabù incorreggibili presenti nella letteratura sul calcio, ho voluto raccontare una storia di settant’anni fa, quella del Livorno, squadra “provinciale”, che con pieno merito avrebbe potuto aggiudicarsi il campionato 1942–43, l’ultimo prima della sospensione per la guerra. A mio modesto modo di vedere quel Livorno fu davvero il vincitore morale del torneo, solo che a tutt’oggi si preferisce menzionare il primo scudetto del Torino, ribattezzato in seguito “Grande”, e di cui non si può parlare se non bene per timore d’essere considerati irriverenti, se non addirittura blasfemi. In terzo luogo, stimolato da un paragone azzardato che fu fatto tra le due nazionali italiane del Mondiale tedesco del 1974 e quello sudafricano del 2010, entrambe eliminate al primo turno del torneo, ho voluto “giocare” rivedendo la famosa partita Italia-Haiti del 15 giugno 1974 a Stoccarda, illustrandola e dimostrando che le rispettive “disfatte” presentano delle differenze notevoli. La nazionale di Valcareggi del ’74 e quella di Lippi del 2010 non possono essere fondamentalmente equiparate, non tanto per il lasso di tempo trascorso, per gli schemi di gioco, per il tipo di calcio giocato, ma per fattori generali che, presi in considerazione e messi in parallelo, dimostrano una difformità sostanziale. In quarto luogo, mi sono voluto togliere lo sfizio di analizzare un caso, oserei dire thriller, che riguarda una squadra tutt’altro che perdente, la Juventus, di fronte a un tracollo che ha fatto epoca. Mi riferisco al Campionato di Serie A 1975-76 e a quella incredibile rimonta del Torino che riuscì a recuperare cinque punti di distacco in tre gare consecutive diventando poi Campione d’Italia a 27 anni di distanza dall’ultimo scudetto del Grande Toro. Tutto ebbe inizio durante la partita disputatasi allo Stadio La Fiorita di Cesena il 21 marzo 1976, settima giornata di ritorno, tra i romagnoli e la Juventus, una strana gara che ebbe come epilogo una sconfitta non del tutto adamantina dei bianconeri torinesi. In quinto luogo, quella che può sembrare a tutta prima un’eccezione in questo contesto, ma che, a mio modo di vedere, rappresenta una pagina del calcio da rileggere oggi per riflettere, e molto, su come le dinamiche della gestione di questo sport siano cambiate profondamente. Si tratta di un mio omaggio che senza ombra di dubbi non aggiungerà molto a una storia già narrata, molto meglio di me, dedicato a un idolo della mia infanzia, Gigi Riva, un campione assai celebrato eppure costretto da una serie di infortuni alla sconfitta peggiore per un calciatore: il ritiro anzi tempo dall’attività agonistica. Il 1° febbraio 1976 la carriera del trentunenne Gigi Riva si interruppe malinconicamente facendo intristire tutta l’Italia, non solo la sua Sardegna. In quel giorno ci accorgemmo di quello che avevamo perso: il più grande attaccante italiano di tutti i tempi. Fu una sconfitta amara per il nostro calcio, tant’è che da allora stiamo ancora cercando qualcuno che sappia eguagliarlo e superarlo specie nella nostra nazionale.

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