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I prigionieri italiani in Unione Sovietica. Tra storiografia e fonti d'archivio

Daniel Cherubini

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ISBN 88-7418-334-0

12,00 €

Territori 8 | p.176 | ed. 2006

La partecipazione italiana alla guerra di aggressione all'Unione Sovietica ebbe nella tragedia dell'annientamento dell'8ª Armata (forte di 230.000 effettivi e meglio conosciuta con l'acronimo di ARMIR, Armata italiana in Russia) una ulteriore tragedia: a fronte di 25.000 caduti in battaglia vi furono 70.000 prigionieri di cui solo 10.000 restituiti e ben 60.000 deceduti nella prigionia. Una vicenda dolorosa occultata dall'Unione Sovietica per tutta la durata della sua esistenza statuale e che solo nei primi anni novanta troverà conferma nei suoi archivi segreti. Una verità che in Italia, sebbene da subito nota, ma non rivelata dai massimi dirigenti del PCI, fu dal governo stesso prima sinceramente quanto infruttuosamente ricercata, poi taciuta quando conosciuta e infine obliata.
L'autore lavorando sui documenti, in parte inediti, dell'Archivio storico diplomatico italiano per il periodo 1944-1954 e sulle memorie degli stessi diplomatici che all'epoca dei fatti ressero l'ambasciata d'Italia a Mosca, oltre che sulla copiosa storiografia esistente, ha potuto documentare come in Italia la ragion di stato e le convenienze della politica sequestrarono la verità sui dispersi dell'ARMIR

Daniel Cherubini è nato a Roma il 24 ottobre del 1978. 
Dopo aver conseguito la maturità classica ha frequentato l’Università degli studi Roma Tre dove si è laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico-politico.

Come è nata l’idea di scrivere sui militari ARMIR prigionieri e dispersi in Unione Sovietica? L’intento iniziale era di fare un lavoro sui rapporti diplomatici italo-sovietici attraverso le carte dell’Archivio storico diplomatico del ministero degli Esteri italiano resisi disponibili alla consultazione fino al 1954. Poi l’interesse si è indirizzato su una vicenda a me sconosciuta, ma che dalle carte diplomatiche risultava, anno dopo anno, costantemente presente e oggetto di contenzioso tra i due governi: quella delle decine di migliaia di militari italiani dell’ARMIR prigionieri o dispersi di cui il governo sovietico rifiutava di fornire notizie e aprire trattative. Un ulteriore e decisivo stimolo è stato scoprire che la pressoché totalità delle persone da me interpellate, anche in ambiente universitario, avesse della vicenda ARMIR la conoscenza non esaustiva, e storicamente datata, da sempre proposta dai media nazionali, perlopiù circoscritta ai fatti bellici della ritirata e alle responsabilità di Mussolini.

A cosa ti riferisci quando parli di una conoscenza non esaustiva e datata? Mi riferisco al fatto che il grande pubblico continui ad ignorare la circostanza che i militari dell’ARMIR che persero la vita in combattimento furono relativamente pochi (25.000) a fronte invece di ben 60.000 che la vita la ebbero risparmiata sui campi di battaglia ma la perdettero poi nella resa e in costanza della custodia sovietica. Mi riferisco al fatto che il grande pubblico continui ad ignorare che la verità su tale tragedia fu ostaggio sia della ragion di stato dei governi italiano e sovietico sia delle convenienze politiche e ideologiche del PCI, i cui dirigenti, già fuoriusciti in Unione Sovietica, ebbero diretta conoscenza della verità sui prigionieri ARMIR, ma poi, rientrati in Italia, la nascosero alla nazione e alle famiglie. Mi riferisco, infine, al fatto che i media nazionali non abbiano ancora offerto al grande pubblico una esaustiva rivisitazione storica della vicenda, rivisitazione non più eludibile dopo la cessazione dell’Unione Sovietica e del PCI e l’ accesso ai relativi archivi segreti.

Che idea ti sei fatto sull’operato della diplomazia italiana a Mosca riguardo la questione ARMIR? Dalle carte diplomatiche e dalle memorie personali dei primi due ambasciatori a Mosca, Quaroni e Brosio, emerge che la diplomazia italiana ebbe da subito enormi difficoltà a rapportarsi con le Autorità sovietiche sulla questione ARMIR e non per suo demerito, ma per ragioni connesse sia alla particolare natura dello stato sovietico sia alla sua indisponibilità a dare pubblicità ad una vicenda potenzialmente lesiva della sua immagine e, più in generale, a respingere richieste e pressioni da un governo di una nazione che veniva considerata corresponsabile delle enormi distruzioni umane e materiali patite dal popolo sovietico. Ho tuttavia maturato la convinzione che l’azione diplomatica italiana a Mosca sulla vicenda ARMIR sia stata condotta, al di là delle oggettive difficoltà sopra evidenziate, con intenzionale prudenza e misura. Tale linea non poteva non essere ispirata da Roma e certamente rifletteva la situazione politica esistente in Italia, dove l’operato dei governi di unità nazionale prima e centristi dopo, ebbe, sulla, questione ARMIR, un atteggiamento altrettanto prudente e misurato, teso a non esasperare i rapporti con l’Unione Sovietica e con il PCI.

Quale giudizio hai maturato invece sul comportamento del governo italiano? Il nostro governo era venuto a conoscenza, in via informale, sin dal novembre 1944 che i militari ARMIR ancora in vita in Unione Sovietica erano in numero assai inferiore alle attese e ne ebbe inequivocabile conferma nel 1945-1946 con l’esiguo numero di prigionieri restituiti. Dalle loro dichiarazioni apprese inoltre la verità sulla sorte degli altri prigionieri che il governo sovietico non aveva rimpatriato e di cui si rifiutava - al pari dei deceduti in combattimento - di fornire qualsivoglia informativa. Fatta questa premessa osservo che il comportamento tenuto in ambito nazionale e in ambito diplomatico a Mosca fu dettato da realismo politico e che pertanto il suo agire sulla questione ARMIR fu inevitabilmente ambiguo e - ad onta del diritto delle famiglie e della nazione a conoscere la verità - imposto dalla ragion di stato e dalle convenienze della politica, così come esigeva la gravosa eredità lasciata dalla guerra e, più in generale, l’interesse nazionale.

E’ possibile affermare che il comportamento dei dirigenti del PCI sulla vicenda ARMIR non fu esemplare? Le categorie della morale non aiutano a capire quelle della ragion di stato e dalla politica e la vicenda ARMIR non fa eccezione a tale assunto. La scelta dei dirigenti del PCI di non rivelare la verità sull’ARMIR fu politica e allo stesso tempo ideologica. Politica perché temevano che una questione, particolarmente sentita e seguita in Italia, potesse nuocere all’immagine del partito e danneggiarlo nella lotta per assumere la guida del Paese. Ideologica perché dettata dalla difesa della patria di riferimento che era l’Unione Sovietica che sulla questione ARMIR era, oggettivamente, esposta ad attacchi strumentali.

Insomma sembrerebbe che la vicenda ARMIR abbia avuto una comune e condivisa regia tra governo e PCI. E’ indubbio che la conduzione in Italia della vicenda ARMIR evidenzi chiaramente nella sua gestione una strettissima unità di azione, protrattasi nel tempo, tra governo e PCI e ciò al di là delle fortissime contingenti e successive contrapposizioni. La delicata vicenda fu infatti gestita, fin dal primo governo di unità nazionale, con sapiente realismo politico e responsabile regia, al fine di evitare che essa intralciasse i delicatissimi equilibri su cui stava nascendo l’Italia del dopoguerra. Tale sapiente regia non venne meno con la guerra fredda e la duratura estromissione dal governo del PCI e proseguì nei decenni successivi. Avvenne così che la verità fu sacrificata alla ragion di stato e alle convenienze della politica e al suo posto venne imposta, con l’ausilio dei grandi mezzi di informazione, della intellettualità e del mondo accademico, una verità oggettiva ma allo stesso tempo artefatta: oggettiva perché chiamava in causa le indubbie responsabilità di Mussolini; artefatta perché celava quelle dei sovietici, nonché il comportamento omissivo dei dirigenti del PCI.

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