Ossidiana Vedi a schermo intero

Ossidiana

Piero Buscemi

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ISBN: 978-88-7418-665-5

12,00 €

Lettere 223 | p.79 | ed. agosto 2013

"Se la mafia è cristiana, Cristo è mafioso.
Se la mafia è islamica, Allah è mafioso.
Se la mafia è buddista, Budda è mafioso.
Se la mafia è umana, siamo tutti mafiosi".

In copertina "Ossidiana" (olio su tela, 2012) di Nicolò Caminiti

Piero Buscemi (Torino, 1965) è redattore della testata giornalistica online Girodivite.it. Autore di raccolte di poesie e romanzi, ha pubblicato per Prospettiva: Querelle (2004), L'isola dei cani (2008), Cucunci (2011).
https://sites.google.com/site/pierobuscemi/
http://www.girodivite.it/

Capitolo 1

…e mi potrei svegliare ogni giorno con l’ossidiana nella mente e i miei pensieri disciolti come la pomice corrosa dal mare. E guarderei la gente negli occhi rossi dalla sabbia, dove ho scavato le idee del destino, coprendolo con cura. Mischiandolo ad un paese. Mattina. Il sole ha sciolto la bianca cima del vulcano e dalle case dorate, l’uomo ha ritrovato l’essere, dopo averlo smarrito nell’ipocrisia della notte. Smarrita. La voglia della mia rivoluzione ha perso il contatto con le parole. L’antica reminiscenza è tornata a farmi visita sfiorando le mie onde cerebrali. Il sogno l’ha animata e lei con parole gravi, mi ha trascinato indietro fin dove il filosofo greco passeggiando al mio fianco, mi ha venduto la sua arte del vivere per un po’ di cicuta. La luce ha inciso le tapparelle della stanza scontrandosi con gli occhi miei persi nel vuoto, ed ho abbandonato l’arsura delle lenzuola di questi primi giorni di giugno. Dovrò alzarmi, dopo aver dato il colpo di grazia alle paure soffocate nel lago del mio sudore, e prepararmi all’appuntamento della vita incrociando le arterie con il sangue delle persone senza scrupoli, per progettare il giorno della speranza. Dovrò arginare progetti avveniristici del patriziato, ossessionato da mutazioni imprevedibili del nuovo secolo, e livellare speranze apocalittiche del volgo, rivendicatore sociale dei miei trionfi. Ormai è tutto pronto. Il gioco sporco della campagna elettorale è stato portato a termine. Con metodologia si è provveduto a selezionare l’elettore. Ho sezionato il territorio a scacchiera tenendo in considerazione l’età con la sua aspettativa e la sua rassegnazione. Ho stretto le migliaia di mani asciugandole con attenzione tra una stretta e l’altra, ed ho ricacciato nell’ombra l’orgoglio umano per scendere al loro livello terreno, dove i sogni sono solo sputi per terra. Nelle settimane precedenti, ho studiato i discorsi che toccano la fantasia. Con l’accetta in mano, ho abbattuto il passato dei miei nemici. Le risate di scherno, mischiate alle occhiate d’intesa, hanno colorato i giorni della monotonia. Al momento giusto, la battute in dialetto hanno scalfito l’ingenuità dei paesani che sono tornati a casa, ingrassati d’ironia e di nuovi aneddoti da storpiare nelle piazze. Sulla bocca di tutti, amici e nemici. Un volto impresso nelle menti incollato sui muri sgretolati. Un sorriso paralizzato davanti all’obiettivo e le parole tra una pausa e l’altra a nascondere l’inganno. Senza palesi falsi intenti, ho gettato le fondamenta della mia scalata all’Olimpo, scalzando con innata crudeltà i probabili avversari. Senza scuole di meschinità alle mie spalle, da solo, senza il falso cerone del successo, ho sollevato il Tempio della Concordia cacciando il cristo per raggiungere la gloria terrena. Oggi aspetterò che la sentenza della mia apoteosi si proclami dal legno stantio delle urne, dalle quali le mani degli iscritti al collocamento spalancheranno le schede autografe, pronunziando le lettere d’ammirazione cucite in armonica melodia a comporre il mio nome. Assaporerò la fredda granita, seduto al tavolo del Bar Centrale, facendomi solleticare le papille gustative dai grumi del verdello e rimarrò a guardare ancora un po’ i corpi inermi dei burattini nell’attesa della loro riconoscenza. Poi fingerò di non notare le pupille luccicanti sulla mia sagoma. Lascerò cadere sul piattino serrato della mano tremante del ragazzo, la mancia della superiorità. Mi alzerò con movimenti articolati attraversando la piazza della bonifica ed evitando l’impatto con i convenevoli, m’incamminerò verso il plesso scolastico. Conterò in silenzio, bolognini di nera lava che alternano mattonelle di rossa argilla, sui selciati che hanno sponsorizzato il lancio pubblicitario. E fermerò lo sguardo sulle are vuote dei sacrifici umani, sulle quali ho posto le pietre dei futuri ammaestramenti. Empori cerebrali dove ho piazzato la mia attività d’estorsione filantropica, coltivata in anni d’oscuro anonimato tra sproloqui di paese ed anonime intese inconfessate. Esperienza capitalizzata con investimenti ponderati su sprovveduti compari d’umiltà. Infanzie sacrificate alle torri di babele, sulle quali ho lasciato rifugi strategici, atenei di mosaici progetti di proselitismo. Ho chiamato a raccolta sbandati segregati nell’agonia dell’autocommiserazione e ho creato l’identità passiva, facendogliene dono in cambio di riconoscimento carismatico che li guiderà. Li ho indottrinati di superbia ed ho curato personalmente la lenta maturazione. Concime d’esaltazione ha fertilizzato radici atrofizzate e con il tempo, hanno spaccato la gemma dell’ignoranza per sbocciare in ruoli d’ambizione. Per me è giunto il momento di vestire i panni dell’onnipotente e ritirare il raccolto della semina. Poi tornerò ad arare le anime. Per seminare nuove speranze.

Voto 
Piero B
16/09/2013

Recensione da La Gazzetta Jonica del 13/09/2013

Ossidiana di Piero Buscemi

Ritorna nelle librerie il primo romanzo dello scrittore nizzardo, rivisto e con una nuova veste grafica curata da un altro artista originario di Nizza, il pittore Nicolò Caminiti.

Quando “Ossidiana” fu pubblicato la prima volta nel 2001, lo stile graffiante e fuori da ogni canone letterario ben definito consegnò al pubblico lettore un’opera inusuale, che suscitò un interesse quasi prudente degli addetti ai lavori e della critica. I primi ad accorgersi della validità del testo furono i componenti la giuria dell’Associazione Culturale I Siracusani, che gli riconobbero il Premio Speciale “La Fontanina”, solo dopo qualche mese dalla sua uscita. Nella nota di merito del premio, si poteva leggere: ” Al centro del monologo è un personaggio che molto somiglia all'autore stesso e che, nei panni di un uomo di potere (un politico che, come si dice, ha "le mani in pasta"), ci svela la perversione morale dell'uomo che decide i destini della città”. Una descrizione che, se all’epoca trovava riscontro in periodo politico-storico già particolare, trova conferma in una realtà attuale, che dodici anni dopo, non appare molto cambiata. La trama è incentrata sul protagonista che si ritrova, non casualmente, a occupare il ruolo di sindaco del suo paese. Un paese che può essere identificato con una località qualsiasi del territorio nazionale, nel quale l’io narrante ci racconta la sua esperienza di uomo di potere, che inevitabilmente gestisce le vite dei suoi concittadini, determinandone spesso anche il destino. Questa esperienza ce la racconta attraverso i vari personaggi del paese, che si alternano all’interno del suo ufficio a confessare i loro bisogni quotidiani. C’è il padre-pescatore, protagonista di un capitolo del libro scritto in dialetto siciliano, che va a chiedere al sindaco un posto di lavoro per il figlio diplomato, in nome di una vecchia amicizia. C’è la donna estrosa, che gira per il paese con cappellini stravaganti, un po’ folle, un po’ sconfitta dalla soverchieria del potere, che le ha espropriato la vecchia casa, unico suo motivo di vita. C’è l’amico d’infanzia, con il quale ha condiviso “…le cazzate dell’adolescenza”, che si fa trovare una mattina, seduto alla sua scrivania, pronto a iniettarsi una dose di eroina. Il suo quotidiano e la sua noia a esercitare il ruolo di potere saranno sconvolti, nella seconda parte del romanzo, dalla notizia dell’attentato mafioso a Capaci ai danni del giudice Falcone. Il sindaco-protagonista, partirà da Milano, dove si è andato a rifugiare per provare a dare delle risposte a domande che non sa più porsi, per raggiungere Palermo e il funerale di Stato del giudice assassinato. L’autore usa un linguaggio e una forma particolari per raccontarci questa storia. E’ una lingua contaminata di dialetto, ma è un dialetto storpiato da invenzioni linguistiche dove il connubio prosa-poesia è il filo conduttore di tutta la narrazione. Un connubio che caratterizza tutta la produzione letteraria dell’artista, con i successivi “Querelle”, “L’isola dei cani” e al recente “Cucunci”. Uno stile che l’ha fatto eccellere anche in campo propriamente poetico, come confermato dai recenti riconoscimenti, quali la IV edizione Premio Nazionale di Poesia (Menzione d'Onore) con la poesia “Ciao…Melo Macco” e il successo alla prima edizione del Premio di Poesia Asas con la poesia “Vita a strisce”, la cui cerimonia di premiazione si è tenuta lo scorso 26 maggio, presso l’Istituto Maria Ausiliatrice di Alì Terme.

Orazio Leotta

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