Quarant'anni di storia cantata Vedi a schermo intero

Quarant'anni di storia cantata

ISBN: 978-88-7418-818-5

12,00 €

Libri fuori collana | p.213 | ed. luglio 2013

I quarant’anni di storia cui si riferisce il libro sono quelli che vanno dal 1960 al 1999. Il percorso parte dall’anno che apre il decennio simbolo del miracolo economico italiano e si conclude con la fine del millennio. Ogni anno è commentato da due canzoni: quelle che, secondo un criterio soggettivo, meglio descrivono il periodo di riferimento per aspetti storici, sociali, culturali, di costume. L’accoppiata non è casuale: una canzone rispecchia la cultura dominante, l’altra ne rappresenta in molti casi l’ombra. Nel capitolo dedicato al 1962, per esempio, la spensierata Pinne fucile ed occhiali di Edoardo Vianello viene accompagnata da Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco, una canzone che di pensieri ne stimola fin troppi, e nemmeno tanto leggeri.
Il libro non ha la pretesa di ricostruire un pezzo di storia d’Italia attraverso le canzoni, ma solo di ricordare le tappe fondamentali di un viaggio di quarant’anni attraverso i brani musicali che in quel viaggio ci hanno accompagnato e che di quel cammino hanno segnato i momenti cruciali. Come dire che, con l’aiuto della suggestione suscitata dalle canzoni, le cose si ricordano molto meglio. 

Sono nato nel 1953 a Firenze. Abito a Prato dal 1990. Sono docente di Ecologia Forestale alla Scuola di Agraria e di Ecologia generale e del paesaggio a quella di Architettura dell’Università di Firenze. Oltre ai lavori scientifici, fra cui un trattato di Ecologia Forestale (Il sole 24 ore Edagricole, 2011), ho pubblicato due testi di ecologia destinati all’infanzia, entrambi editi da Dedalo (L’ecologia siamo noi, 2009; I rifiuti e l’ambiente, 2012) e due saggi sul ruolo della foresta nell’immaginario collettivo: L’Uomo e la Foresta (Meltemi, 2002) e Le foreste della mente (Altravista, 2011). Un filone a parte riguarda il calcio: in proposito ho scritto un breve saggio sulla storia del calcio dal titolo Il calcio com’era, dalla A alla Z (Libri di sport, 2007) e un racconto ispirato a un torneo amatoriale fiorentino (Ricordi di un cialtrone, Kimerik, 2009). Il libro più recente è Quarant’anni di storia cantata (Prospettiva, 2013), un percorso parallelo della canzone italiana e della storia del nostro paese dal 1960 al 2000. Ho pubblicato, su varie riviste letterarie, anche opere brevi di narrativa.

-Prof. Paci, la prima domanda che mi sorge spontanea è: come mai un docente universitario di ecologia ha scritto un libro sulle canzoni italiane dal 1960 al 2000? C’è qualcosa che collega il suo interesse per l’ecologia alla passione per la musica?

-Ora che mi ci fa pensare, effettivamente qualcosa c’è. L’ecologia studia la complessità dei sistemi viventi, li studia nel loro insieme e cerca di spiegare i meccanismi di un’armonia che nasce da una miriade di fattori che interagiscono fra loro. Come dire che negli ecosistemi esiste una legge che fa stare bene assieme una molteplicità di esseri viventi e di fattori non viventi: un autentico miracolo. Nella musica è un po’ la stessa cosa: se una musica funziona, vuol dire che tra le note che la compongono deve esserci un legante capace di tenere insieme tutto il brano musicale e di produrre bellezza. Il brano musicale, come l’ecosistema, va visto nel suo insieme ed è lì che deve esprimere integrazione, equilibrio, armonia. Detto ciò, il vero motivo che mi ha spinto a scrivere questo libro è che, prima di essere docente universitario, sono stato un ragazzo appassionato di musica. Una passione che mi ha accompagnato per tutta la vita.

-Quale genere di musica, in particolare?

-Tutta, purché bella. Classica, rock, folk, pop, jazz e… ovviamente la canzone italiana.

- Quarant’anni di storia cantata come lo definirebbe: un libro musicale o piuttosto un libro storico?

-Più storico che musicale, sebbene non manchino riferimenti alle musiche, agli autori e agli interpreti. Perché, visto che si tratta di brani musicali, mi è sembrato giusto descrivere sinteticamente anche certi aspetti melodici, armonici e ritmici delle canzoni. Però è soprattutto il testo, a fare da protagonista. È lui che mi ha permesso di analizzare il periodo storico, di fare certi collegamenti con la società del tempo.

-Potrebbe fare qualche esempio?

-Pinne fucile ed occhiali, La guerra di Piero, Che colpa abbiamo noi, Ciao amore ciao, Come è bella la città… Queste cinque canzoni, in sequenza, ci parlano degli anni ’60: il boom economico con l’estate al mare, i primi accenni di pacifismo, la ribellione dei giovani che si identificano con la musica beat, l’emigrazione, lo spopolamento delle campagne e il conseguente inurbamento. Lo stesso vale per gli anni ’70, ’80 e ’90. Le canzoni scelte non sono necessariamente le più belle, ma quelle più espressive di un periodo storico. A volte la corrispondenza è con un anno ben preciso: è il caso di Futura, del 1980, una canzone piena di speranza per il futuro del mondo, scritta non a caso subito dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, uno dei punti più roventi della Guerra Fredda (“I Russi, i Russi, gli Americani”…).

-Come dire che il suo libro si pone l’obiettivo di ricostruire un quarantennio di storia d’Italia attraverso le canzoni?

-No, il libro non ha questa pretesa. Mi sono solo sforzato di ricordare le tappe fondamentali di un viaggio di quarant’anni attraverso certi brani musicali che in quel viaggio ci hanno accompagnato e che di quel cammino hanno segnato i momenti cruciali.

-Come dire che, con l’aiuto di quel pizzico di emozione che suscitano in noi le canzoni, le cose si ricordano meglio?

-Esatto, proprio così!

-Un’ultima domanda. Parlando di letteratura, cosa le piace in particolare? C’è un genere letterario che preferisce? O, come nel caso della musica, non fa distinzione fra generi?

-Nel caso dei libri confesso di avere delle preferenze. Premesso che mi piace leggere di tutto, io sul piedistallo metto i classici: Thomas Mann, Victor Hugo, Fëdor Dostoevskij, Hermann Melville…

-Ho capito... E se le chiedessi un autore contemporaneo che l’ha impressionata favorevolmente? Anzi, due autori, uno italiano e l’altro straniero.

- Le direi Niccolò Ammaniti e Stephen King. Perché entrambi una qualità rara: sanno scavare nelle zone d’ombra della psiche umana. A volte in zone buie e spaventose, dove è scomodo avventurarsi per chiunque. Ma un grande scrittore non deve cercare la comodità, un grande scrittore deve inseguire la verità e poi trasmetterla in modo da emozionare chi legge. E quei due ci sono riusciti.

PREMESSA DELL’AUTORE

I quarant’anni di storia cui si riferisce il libro sono quelli che vanno dal 1960 al 1999. Il percorso parte dall’anno che apre il decennio del grande sogno italiano, del miracolo economico che ha cominciato a svilupparsi negli anni ‘50 e che ormai si è fatto adulto. In questo senso il 1960 è l’anno che simbolicamente sancisce la fine del dopoguerra e delle difficoltà annesse: è lì che, assieme a un benessere sempre più diffuso, il sogno italiano pare realizzarsi. L’importanza del punto di arrivo, dal canto suo, non ha bisogno di essere spiegata, tanto è evidente la solennità della fine di un millennio. Quel che vale la pena di sottolineare è che la scelta delle due canzoni che commentano ogni anno non dipende dal valore delle canzoni in sé, quanto dalla significatività storica dei brani. Come dire che non sono state scelte le canzoni più belle (sebbene ciò non escluda che nel libro siano riportati autentici capolavori) ma quelle che, secondo un criterio soggettivo, meglio descrivono il periodo di riferimento per aspetti storici, sociali, culturali, di costume. Le canzoni vengono analizzate soprattutto in relazione al contenuto dei testi. Tuttavia, visto che ogni canzone ha bisogno di un interprete che faccia navigare il testo su un fluido di melodia, armonia e ritmo, non mancano riferimenti ai cantanti e nemmeno agli aspetti musicali più salienti dei brani. Il libro non ha la pretesa di ricostruire la storia d’Italia attraverso le canzoni, ma solo di ricordare le tappe fondamentali di un viaggio di quarant’anni attraverso i brani musicali che in quel viaggio ci hanno accompagnato e che di quel cammino hanno segnato i momenti cruciali. Come dire che, con l’aiuto di un pizzico di emozione (quella che suscitano in noi certe canzoni), le cose si ricordano molto meglio.

1960 Il tuo bacio è come un rock
Vivarelli, Fulci, Celentano

Il tuo bacio è come un rock
che ti morde col suo swing.
è assai facile al knock-out
che ti fulmina sul ring
……………………………..

Nato a Milano da emigranti pugliesi, Adriano Celentano è uno che fin da ragazzo dimostra una gran passione per il rock, al punto che mette su un complesso chiamato i Rock Boys. Adriano è un giovanotto ventunenne quando, al Festival di Ancona, il 13 luglio del ‘59, dà una sberla alla canzone italiana cantando a modo suo Il tuo bacio è come un rock. La TV trasmette lo spettacolo in ripresa diretta. Adriano vince il festival, ma non è tutto qui: la sua canzone, nel giro di una settimana, vende trecentomila copie. Una faccia sfrontata, con un che di scimmiesco, e le movenze che gli valgono il soprannome di “molleggiato” sono il valore aggiunto a una canzone che di per sé è comunque trascinante. Appena due anni prima, la sdolcinata Corde della mia chitarra di Claudio Villa era diventato il simbolo del nostro paese. Nell’Italia del dopoguerra, però, le cose cambiano in fretta, e non si parla solo di economia. Anche la cultura e il costume fanno ampie falcate: già nel ‘58 gente come Renato Carosone, Fred Buscaglione, Mina e Domenico Modugno cominciano a dare energiche spallate alla tradizione melodica della nostra canzone. Il tuo bacio è come un rock, però, è come una scossa elettrica che percorre il corpo di chi l’ascolta. E vale la pena di ribadire che un bel contributo lo dà l’interpretazione di Adriano. “Molleggiato” non rende abbastanza l’idea di quello che il ragazzo fa sul palco: lui si muove come un indemoniato, a scatti, manco avesse bevuto un barile di caffè, facendo una serie di movimenti ai limiti delle potenzialità ginniche dell’essere umano. Mentre canta, si scatena in movenze rock mai viste dalle nostre parti: certe posizioni che Adriano assume nel corso dell’interpretazione appaiono contro le leggi della statica, come dire che non sembra possibile che uno possa stare in piedi facendo quei versi. A meno che non si tratti di un cartone animato (Tiramolla o giù di lì). Adriano balla in modo sfacciato, provocatorio, decisamente erotico. Del resto si tratta di Rock & Roll, un genere che, per sua definizione, ha degli espliciti richiami erotici. Esploso in USA a metà anni ‘50, miscelando country e blues, nello slang nero il termine indica esattamente questo, il rapporto sessuale. L’Italia del ‘59 è in verità un po’ bacchettona, molti fanno fatica a buttare giù atteggiamenti del genere; però Adriano ha una simpatia innata, che deborda soprattutto sui giovani ma che è destinata a farsi strada pure fra gli adulti. Una precisazione: anche se la prima interpretazione è del ‘59, Il tuo bacio è come un rock viene inserito in un LP - il primo di Celentano - solo nel 1960, anno in cui il brano ha una vera e propria consacrazione a livello nazionale (motivo per cui la canzone è assegnata all’anno 1960). Inizia qui il percorso artistico di colui che è ancora oggi considerato uno dei pilastri della musica leggera italiana. Il merito che tutti gli riconoscono è proprio quello di avere capito che, tra i ‘50 e i ‘60, il mondo della musica e quello del costume erano decrepiti e dovevano cambiare: per quanto risentisse dell’influenza del R & R americano e dei suoi astri nascenti, è stato lui il pioniere che in Italia ha introdotto un nuovo tipo di suono, sfrenato e capace di calamitare l’attenzione dei giovani. A proposito, che paese è l’Italia nell’anno che introduce i favolosi ‘60? L’Italia, partita nel 1945 da una posizione di sottosviluppo, nel 1960 è ormai uno dei paesi più sviluppati del mondo, con un’espansione economica da fare impressione. Con l’aiuto degli alleati americani, il popolo italiano ha saputo superare i gravissimi problemi emersi alla fine della guerra: l’Italia, già alla metà dei ’50, si è rimessa in piedi. Le energie sprigionate sono state così ingenti che, oltre a produrre una ricostruzione del paese (non solo economica, ma anche edilizia, perché l’Italia del ’45 era piena di macerie), hanno originato sorprendenti risultati sotto il profilo artistico e culturale. Si parla non solo di musica, ma di letteratura, pittura, architettura, cinema. L’Italia del 1960, insomma, è pronta ad accogliere le innovazioni in ogni campo. Dopo avere riscoperto la vita, verso la metà degli anni ’50 gli italiani scoprono la gioia di vivere, che coltivano in un terreno fertilissimo: il boom economico, parola che sta a indicare che l’Italia è diventata un paese industriale, capace non solo di competere con gli altri paesi europei nella produzione, ma anche di consentire alla sua gente di godere di tanta abbondanza. All’inizio degli anni ’60, le televisioni, i frigoriferi, le automobili, i giradischi e le vacanze nelle località balneari diventano il simbolo della nuova stagione. Il benessere comincia a diffondersi e, anche se non proprio tutti riescono a goderne (la povertà non è stata certo cancellata, soprattutto al sud), si può dire che non sia più patrimonio esclusivo dei “ricchi”. L’Italia adesso non è soltanto viva, ma ben consapevole di esserlo, tanto da volersi godere tale condizione. È in questo clima di euforia, in cui i sogni si orientano in direzione di orizzonti molto materiali, che Gino Paoli apre una finestra sull’infinito.

Il cielo in una stanza
Paoli, Angiolini, Mogol

Quando sei qui con me
questa stanza non ha più pareti ma alberi,
alberi infiniti quando sei qui vicino a me
questo soffitto viola no, non esiste più.
……………………..
Suona un’armonica
mi sembra un organo che vibra per te e per me
su nell’immensità del cielo.
…………………………

L’interpretazione della canzone viene affidata a una certa Mina, ventenne cremonese che ha avuto le prime esperienze canore nell’ambito del R & R, al punto che viene inserita, dalla stampa dell’epoca, nella categoria degli “urlatori”, di cui fanno parte Adriano Celentano, Tony Dallara, Giorgio Gaber e Joe Sentieri. Appare paradossale che un testo e una musica - entrambi raffinatissimi, oltreché sublimi - come quelli del Cielo in una stanza possano essere affidati a una urlatrice scanzonata; è un po’ come se, in una gara di bon ton, uno scommettesse su un ragazzo di borgata invece che su una nobildonna educata in un collegio svizzero. Sta di fatto che l’anatroccolo sguaiato e urlante si trasforma nel cigno dalla voce incantata. Ne viene fuori una delle più belle interpretazioni della canzone italiana, capace di valorizzare la voce di Mina ben più di quanto siano stati capaci, fin lì, i brani urlati. Perché Mina, con quella voce, già allora può cantare di tutto, ma con Il Cielo in una stanza si scopre che il meglio può darlo proprio interpretando raffinate canzoni d’autore

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Marco Paci

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