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Jader

Chiara Del Soldato

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ISBN: 978-88-7418-796-6

9,00 €

Lettere 214 | p.139 | ed. luglio 2013

Jader, trentenne, si trova ad un passo dal matrimonio, infelice e confuso, ma le cose sono troppo avanti per pensare di annullarle. E poi Jader è sempre stato affidabile e serio, ha risposto in pieno alle aspettative di tutti. Come fare, allora? La richiesta inaspettata di un rinvio proprio da parte della fidanzata gli permetterà di guadagnare tempo e di fare chiarezza dentro di sé. Sarà però un deus ex machina ad aiutarlo.

Del Soldato

Chiara Del Soldato, nata a Grosseto, docente di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico di Rieti, dopo aver esordito nel ’99 con questo romanzo, vincitore del Premio Lett. Naz. Città di Cimatile (Na), pubblica con Prospettiva Editrice i romanzi Magia di un’idea 2002), La vita che forse (2006), Non sempre la stessa storia (2010); Ti amerò mio malgrado (2012) e la raccolta di racconti I colori dell’anima (2004), tutti premiati in vari Concorsi letterari. 

PREMESSA DELL’AUTRICE

A distanza di più di dieci anni dall’uscita di Jader, viene proposta la riedizione di questo mio primo romanzo. Rileggerlo mi ha riportato indietro nel tempo con la tenerezza di tutte le nostalgie. Il modo di scrivere cambia, matura, si evolve e non è facile non intervenire su qualcosa che ti sembra a volte acerbo. Ho cercato di non farlo, perché è giusto che questo romanzo mantenga la sua connotazione distintiva. Jader è il primogenito della mamma, che qualche errore lo compie, perché è inesperta. Pecca di eccesso di zelo, di didascalismo forse, ma è anche innamorata di quel figlio, che l’ha catapultata in una dimensione che non si può capire se non si prova. Spesso mi è stato chiesto quale romanzo amassi di più. Difficile rispondere, perché si amano tutte le proprie creazioni. Certo è che la prima ha un sapore particolare. Jader è Jader. È colui che credevo personaggio e m’è diventato persona vera, con la pretesa di scegliere la sua vita. M’è sfuggito dalle mani e mi sono dovuta limitare a guardarlo vivere sulla carta. Non è un modo di dire. Avviene davvero e io non lo sapevo prima di questo romanzo. Prima di aver scoperto il dono della scrittura. Ma per parlare di questa rivelazione, riporto il breve racconto Un amore particolare, scritto proprio negli anni successivi alla pubblicazione di Jader, di cui è stato realizzato un audiofile fruibile su http://www.progettobabele.it/AUDIOFILES/audiolibri.php

UN AMORE PARTICOLARE

La mia storia è analoga a quella di molte donne di oggi. Mi sono innamorata a quarant’anni. Mi sono innamorata di nuovo e non perché fossi insoddisfatta della mia vita; anzi avevo raggiunto un mio equilibrio di saggezza e appagamento, stavo proprio bene con me stessa, insegnavo e avevo un ottimo rapporto con mio marito e con i miei tre bellissimi figli. Non è stata, quindi, colpa dell’insoddisfazione, come spesso si crede, né di un difficile matrimonio. Tutt’al più avevo una percezione antipatica dell’inesorabile scorrere del tempo, che presto mi avrebbe trascinato con sé verso le rughe, la pelle flaccida, mentre mia figlia splendeva della sua femminilità, appena scoperta. Sì, ero un po’ impaurita, a dire il vero, dall’idea dell’invecchiamento, dalla vita diversa che mi aspettava, con i figli cresciuti e lontani da casa, con i genitori vecchi e ammalati, se non già morti, con la spada di Damocle sul collo di un possibile tradimento di mio marito, per colpa di qualche ventenne disinvolta. Però, se ci penso, ancora non riesco a credere che la responsabilità della mia cotta sia legata a questi stati d’animo latenti. La verità è che capita, e basta. E quando capita non ci puoi far niente, non conviene nemmeno lottare, perché sei perdente in partenza, di fronte ad un sentimento così totalizzante e coinvolgente. Ti innamori e perdi la testa. Quelle cose che prima erano prioritarie diventano marginali: continui a farle, è chiaro, ma cerchi di concludere in fretta, perché devi correre da lui e ti pesano, mentre prima erano un divertimento. Fare una torta per i figli, sferruzzare un maglione, anche correggere i compiti erano lavori quasi divertenti, ma sono diventati nel giro di un mese occupazioni fastidiose e distraenti dal mio dio. Una cotta, insomma, con tutti i crismi, di quelle che ti fanno pensare sempre a lui, a dove possa trovarsi in quel momento, a cosa stia facendo, a quali siano i suoi sentimenti, le reazioni ad un dato fatto, quelle cotte che ti fanno pensare ai suoi capelli, alle mani, agli occhi e che ti trasformano. Sei più allegra, vitale, piena di energia positiva, il tuo sguardo è vivo oltre misura, la pelle tesa e luminosa, i capelli lucidi. E poi ami il mondo: niente più ira, risentimento per quello che non hai, per quello che ti fanno, no, ami il mondo intero e vorresti comunicare a tutti la tua gioia. “Ehi, mamma, mi stai a sentire?” Quante volte i figli mi hanno pregato di scendere dalle nuvole e restare tra loro, ma la mente volava dietro ai miei pensieri ed era come se vivessi due vite, una lì con loro ed una insieme a lui. Ed il bello era che lo creavo come volevo, io, dio onnipotente. Il mio lui, plasmato dalle mie mani, mi assecondava, senza replicare. Dopo tanto fervore, ad un certo punto la storia è finita. Come? Perché? È finita e basta: quando la vicenda è arrivata al capolinea e non c’era più nulla da dire, ho messo la parola fine ed ho voltato pagina. Mio marito ed i figli hanno tirato un sospiro di sollievo, pensando che finalmente tutto sarebbe tornato com’era prima; ma nulla torna come prima, quando è passato un ciclone come questo. E allora perché mio marito ha accettato tutto? Ha semplicemente capito che per me è troppo importante. E così, quando mi vede distratta da qualche vago pensiero o quando mi chiudo nello studio per scrivere la storia del momento, anziché mettermi alla televisione con lui, non se la prende più. Mi accetta per come sono diventata. Per quello che sono diventata: una scrittrice.

Jader

PARTE PRIMA 
I
“Allora qui buttiamo giù il muro tra le due stanze e facciamo un unico salone con zona pranzo e zona lettura, due finestre… bellissimo! Qui togliamo la porta e facciamo un piccolo arco che collega questa sala alla cucina, che però non si vede perché resta incassata dietro quella rientranza. Entrando dall’arco, appare invece il camino a destra e la scala che conduce di sopra alla zona notte, dove tutto resta com’è, eccetto la cucina che, essendo spostata di sotto, lascia il posto ad una terza camera… o studio, a seconda delle necessità.” L’architetto stava facendo vedere ai due futuri sposi il progetto di ristrutturazione dell’appartamento, in cui sarebbero andati a vivere. Per due persone anziane era ormai troppo grande e così i nonni avevano deciso di spostarsi in un bilocale e lasciare la loro casa a Silvia, che altrimenti avrebbe dovuto prendere una casa in affitto. Così i nuovi proprietari avevano pensato di apportare qualche modifica per rendere gli ambienti più confortevoli e sfruttare al meglio gli spazi. Silvia e la suocera si erano messe in testa di chiamare un esperto e Jader, che avrebbe voluto risolvere da solo la questione, era stato presto messo a tacere. Al contrario di quanto avviene di solito, le due donne andavano perfettamente d’accordo e finivano spesso per prendere il sopravvento su di lui, fidanzato e figlio. Silvia aveva perso la mamma a tredici anni e aveva sentito sempre la mancanza di una figura così importante, che aveva infine ritrovato nella suocera Anna, gentile e affettuosa. Dopo poco che si erano conosciuti e avevano cominciato a frequentarsi, Silvia era venuta a casa e in breve si era mescolata alla vita della famiglia; si fermava spesso a mangiare, chiedeva consigli ad Anna, restava a parlare con lei, anche se il fidanzato non c’era, l’accompagnava a fare la spesa o da qualche amica. All’inizio Jader era piacevolmente colpito da questa intesa e contento che sua madre e la sua ragazza avessero trovato una nell’altra una presenza solida e sensibile. Con il tempo, però, aveva avuto talvolta l’ impressione di essere estromesso, di essere un surplus, di cui non si sente la necessità e dà quasi noia; sensazioni impercettibili che, appena nascevano, venivano scacciate e volutamente dimenticate. Anche ora davanti al progetto dell’architetto, Jader provò ad esporre le sue perplessità sulla convenienza di togliere la porta tra la cucina e la sala. “Non è meglio lasciarla? Magari mettiamo una bella porta scorrevole così quando tu cucini, gli odori non passano in tutte le altre stanze!” Jader riteneva che vi fosse della saggezza nella sua affermazione, ma si sentì rispondere da madre, fidanzata ed architetto che con l’arco la casa avrebbe acquistato luminosità, che la porta era di gusto superato, che gli odori non se ne vanno per tutte le stanze; insomma fu messo in minoranza e non volle insistere: in fondo la casa doveva piacere soprattutto a Silvia, quindi contenta lei… “Senta, architetto, quanto tempo servirà per i lavori? Noi avevamo fissato le nozze tra tre mesi, ma non abbiamo preparato ancora le partecipazioni, quindi possiamo spostare benissimo la data, se serve!” “No, ma che dici” lo sgridò Silvia. “Vedrai che fanno presto, vero Giorgio?” L’architetto era stato un suo compagno di scuola. “Beh, in un paio di mesi dovrebbe essere pronto, se avete già una ditta che pensa a tutto; però non si sa mai; a volte capitano contrattempi, gli operai si assentano, un pezzo non arriva e così il periodo impiegato è molto più lungo: io rimanderei le nozze, a meno che non abbiate un posto dove andare, nel caso in cui l’appartamento non sia pronto per la data prestabilita.” Anna si affrettò ad offrire la sua casa e, nonostante Jader cercasse di convincere Silvia che questa incertezza avrebbe provocato ansie e preoccupazioni inutili, non venne ascoltato. Quando suocera e nuora ebbero finito di mettersi d’accordo con Giorgio sui dettagli, chiusero le finestre dell’appartamento e uscirono insieme agli altri. Per le scale si scambiarono ancora alcune opinioni sul progetto, mentre Jader seguiva in silenzio. Dal momento in cui era stato messo in minoranza, non aveva più detto una parola. Se si adirava con la fidanzata, come era accaduto in quel momento, Jader si scopriva a guardarla con occhi diversi, come dal di fuori, con atteggiamento imparziale, quasi cinico; quello che vedeva raramente gli piaceva: anziché efficiente, gli appariva invadente, piuttosto che allegra e brillante, la vedeva petulante, invece che graziosa, nei suoi lineamenti minuti, gli si presentava banale. Cercava pertanto di chiudere quel collegamento e di ripristinare la vecchia lunghezza d’onda al più presto. Avevano nel frattempo sceso le scale ed erano usciti: salutarono Giorgio e rimasero fermi per strada ancora alcuni minuti. “Andiamo a vedere le mattonelle per il pavimento e il bagno?” disse Silvia al fidanzato con fare gentile, forse accorgendosi che era urtato con lei. “No, devo tornare in ufficio! Mi sono rimaste alcune cose da controllare assolutamente stasera. Andiamo domani. È uguale, no?” “Domani mattina ho un impegno in chiesa e di pomeriggio è chiuso… è sabato, ricordi?” “Allora andremo lunedì pomeriggio. Ah dimenticavo che stai via quattro giorni…” “Perdiamo troppo tempo in questo modo. Che ne dici se ci pensiamo io e tua madre a dare una prima occhiata? Mercoledì, quando andiamo noi due, possiamo scegliere tra un gruppo più ristretto e già fissare.” “Come vuoi. Vi saluto!” Girandosi un’ultima volta per ricordare loro una cosa, notò criticamente l’incedere un po’ goffo di Silvia. Ma non aveva ripristinato il collegamento? Salì sulla sua auto e le donne su un’altra: i due veicoli partirono in direzioni diverse. II Mentre guidava, Jader si sentiva un nodo in gola, che non scendeva, neppure quando deglutiva. “È l’ansia!” gli aveva detto il medico, quando gli aveva parlato di questo sintomo e dell’irrequietezza che lo prendeva spesso. “Comunque facciamo delle analisi di controllo e una visita dall’otorino...” Entrambi gli accertamenti avevano rivelato che godeva di un ottimo stato di salute e il medico di famiglia gli aveva consigliato allora dei blandi tranquillanti. Naturalmente gli aveva chiesto se ci fosse qualche motivo che giustificasse quella agitazione interiore, ma Jader non era stato in grado di individuare niente di specifico, se non il fatto che si sarebbe sposato entro tre mesi, mentre ancora tante erano le cose da fare. “Vorrei addormentarmi ora e svegliarmi la mattina della cerimonia!” Il medico, che lo conosceva da quando era bambino, senza commenti gli aveva dato una pacca sulle spalle. Sulla strada Jader trovò una farmacia e si fermò per acquistare i medicinali prescritti, ma, entrato lì, comprò dell’Aspirina, perché qualcosa lo bloccò. Pensò che a trent’anni aveva il dovere di controllare le sue emozioni. Uscì dalla farmacia con il suo antinfluenzale, anche se l’influenza non ce l’aveva, e s’imbatté in una ragazza, che stava entrando di corsa e non l’aveva visto. Si trovarono faccia a faccia. Lei si scusò arrossendo e si passò una mano tra i capelli, per rimetterli a posto. In quell’attimo Jader non poté fare a meno di ammirare i suoi occhi chiari, la linea del collo che gli sembrò indifeso e desiderabile. Le sorrise, facendole il segno di passare. E anche dopo, mentre guidava per dirigersi in ufficio, quegli occhi e quel collo continuavano a tornargli in mente. Anche due domeniche prima, in chiesa… Qualche minuto dopo l’inizio della messa, Jader aveva visto una giovane donna con una bambina piccola per mano, che cercava con lo sguardo in mezzo alle persone, nella speranza di trovare una panca non completa; Silvia aveva tirato a sé Jader, indicando a quella mamma lo spazio libero che si era formato. La signora si era seduta con la bambina sulle ginocchia: si era poi girata e aveva regalato ai suoi benefattori un gran sorriso. Aveva dei denti bianchissimi, messi ancor più in risalto dall’abbronzatura, e occhi verdi intensi; a quel sorriso sembrava partecipare ogni muscolo del viso e anche lo snello corpo sembrava accompagnare quell’attimo di comunicazione. Jader era rimasto colpito dalla sua bellezza, ma ancor di più si era stupito, quando aveva visto arrivare altri tre ragazzi, un maschio di una decina di anni, una femmina grandicella e un altro ragazzo biondo più grande, che aveva capito essere figli della stessa signora. Aveva calcolato che tra il primo e il quarto passavano pochi anni, pensò che doveva trattarsi di un matrimonio ben riuscito. Tanto amore, tanta fiducia si leggevano nella serenità del suo sguardo.

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