Ritratto Istoromanzico di Papa Clemente XIII Vedi a schermo intero

Ritratto Istoromanzico di Papa Clemente XIII

Pietro Arata. A cura di Odoardo Toti

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ISBN: 978-88-7418-744-7

12,00 €

Libri fuori collana | p.115 | luglio 2013

Pietro Arata titola RITRATTO ISTOROMANZICO la breve permanenza di Clemente XIII a Civitavecchia dal 27 aprile al 7 maggio del 1762. Il titolo non poteva non essere più appropriato poiché l’autore, uomo di non scarsa cultura, si dichiara “dilettante”, perché è consapevole della impostazione a volte estremamente puntigliosa e in alcuni tratti colorita con parti in “rime baciate”, come una sorta di chiusura poetica di talune parti della narrazione di un avvenimento che è reale ma che narra con puntigliosità cronistica e non celata vena romanzata (vedi Sommario). Questo intercalare di rime, offre una originale connotazione al racconto e sembra in armonia con una diffusa moda nella società dell’epoca, senza tuttavia togliere credibilità storica alla narrazione degli avvenimenti. Pietro Arata indugia su preziosismi descrittivi delle coreografiche parate militari, dei coloriti festeggiamenti che la Città, il Porto, le Galee, la Fortezza, tributano al Pontefice, con uno sfavillio di luminarie, che nella storiografia cittadina ufficiale è ricordato soltanto per aver benedetto la nuova Galea Capitana San Carlo, splendida nave, gioiello prodotto nell’arsenale di Civitavecchia, e non per tutto il tempo del suo soggiorno in questa città.

Questo manoscritto, fino ad oggi ignorato, è offerto a tutti coloro che conoscono la storia di quella che fu la “Provincia di Civitavecchia” e delle comunità circostanti, non con la consapevolezza dello specialista ma con l'amore per il suolo natio. Nel contrasto tra la complessità e la pomposità dell'apparato, predisposto per questa visita straordinaria del Sommo Pontefice nella città portuale, la fastosità delle giulive accoglienze e la originalità dei festeggiamenti cittadini in suo onore potranno svelare aspetti di una popolarità vivace e particolarmente aderente alle proprie origini e dalla singolarità dei doni offerti dalle comunità circostanti potranno ricavarsi insospettate informazioni sui più singolari prodotti di questo lembo della Tuscia marittima.

 

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Odoardo Toti è nato a Civitavecchia nel 1931. Laureato in farmacia. Ha seguito corsi e coltiva intresse per l'archeologia, e la storia della sua città. Nel 1948 partecipa alla rifondazione della Associazione Archeologica Centumcellae; nel 1950 ha intrapreso un esame critico della storia di Civitavecchia; nel 1956 fonda il Museo Civico Archeologico Naturalistico di Allumiere; nel 1960 è nominato Ispettore Onorario alle Antichità;nel 2004 è  ra i promotori della Società Storica Civitavecchiese. Ha condotto ricerche archeologiche nel territorio di Allumiere, negli abitati protostorici della Castellina sul Marangone (S. Marinella), Torre Valdaliga e La Frasca (Civitavecchia), Monte Rovello e Elceto (Allumiere). Ha curato l'allestimento della sezione protostorica del Museo Nazionale di Civitavecchia. Tra le sue opere maggiori: Storia di Civitavecchia; Centumcellae-Centocelle- Cencelle; Monte Rovello, IncunabulaGraeca vol LIII, Istituto per gli studi Micenei ed Egeo-anatolici.

 

PREMESSA
La pubblicazione di questo testo inedito del quale pur non trovandosi traccia nella storiografia cittadina, se ne hanno notizie in ambito biografico, è frutto di una singolare quanto fortuita circostanza. In occasione della raccolta delle notizie e dei documenti necessari per la stesura del quinto volume della Storia di Civitavecchia ebbi la fortuna di poter approfittare della preziosa disponibilità di Antonio Sabbatini, figlio del primo sindaco socialista di Civitavecchia, che mise a mia disposizione quanto tuttora conserva del prezioso archivio paterno. In quella circostanza ebbi visione di questo manoscritto e mi fu concesso con squisita cortesia di farne fotocopia al fine di darlo alle stampe. Pertanto esprimo il più vivo sentimento di riconoscenza all’amico Antonio Sabbatini per avermi offerto l’opportunità di commemorare un Pontefice che, sensibile ai problemi della città portuale, la onorò con una visita, eccezionalmente prolungatasi contro ogni aspettativa.
O.T.

PIETRO ARATA NOBILE CIVITAVECCHIESE
Pietro Arata, figlio di Bartolomeo chirurgo nella Galera Capitana, appartenente ad una antica famiglia di origini liguri, nasce nel 1727. Nel 1759, poco dopo l’elezione di Clemente XIII, viene eletto Camerlengo della comunità di Civitavecchia. Autore di opere inedite di carattere ecclesiastico, lascia questo manoscritto, pure inedito, che nonostante la sua originalità compositiva offre alcune immagini di quel periodo nel quale la storiografia cittadina, sul terreno fertilizzato da Arcangelo Molletti, germoglia con le opere di Antigono Frangipane e Gaetano Torraca. Su questa scia di un diffuso sentito, intimo, desiderio di fissare nella memoria i fatti salienti di una comunità che dalla seconda metà del XVII secolo ha acquisito consapevolezza del proprio ruolo e delle sue nobili antichissime origini, Pietro Arata vergando di suo pugno questa, fin troppo minuziosa, “cronaca” di una inaspettata villeggiatura del Papa nella piccola città marinara, non per un suo “presuntuoso fine d’ambizione”, tiene a precisare, ma “per mero divertimento”. In realtà, inconsapevolmente, questa relazione di un evento eccezionalmente gratificante per l’intera comunità, è frutto spontaneo dell’atmosfera che permeava non soltanto i cittadini più colti e più influenti, appartenenti alla nobiltà locale, ma come ancora oggi accade, anche gli animi più sensibili delle classi più modeste: tutti partecipano alla evoluzione, seppure lenta, della società, assistono agli ampliamenti urbanistici, rafforzano il sentimento di appartenenza ad una comunità, che verrà messa alla prova ventisette anni dopo, nell’assedio del 1799 che la vide opporsi orgogliosamente alle truppe francesi6. Pietro Arata titola RITRATTO ISTOROMANZICO la breve perrmanenza di Clemente XIII a Civitavecchia dal 27 aprile al 7 maggio del 1762. Il titolo non poteva non essere più appropriato poiché l’autore, uomo di non scarsa cultura, si dichiara “dilettante”, perché è consapevole della impostazione a volte estremamente puntigliosa e in alcuni tratti colorita con parti in “rime baciate”, come una sorta di chiusura poetica di talune parti della narrazione di un avvenimento che è reale ma che narra con puntigliosità cronistica e non celata vena romanzata (vedi Sommario). Questo intercalare di rime, offre una originale connotazione al racconto e sembra in armonia con una diffusa moda nella società dell’epoca, senza tuttavia togliere credibilità storica alla narrazione degli avvenimenti. Pietro Arata indugia su preziosismi descrittivi delle coreografiche parate militari, dei coloriti festeggiamenti che la Città, il Porto, le Galee, la Fortezza, tributano al Pontefice, con uno sfavillio di luminarie, che nella storiografia cittadina ufficiale è ricordato soltanto per aver benedetto la nuova Galea Capitana San Carlo, splendida nave, gioiello prodotto nell’arsenale di Civitavecchia, e non per tutto il tempo del suo soggiorno in questa città. Pietro Arata conosce le opere del Muratori, e certamente anche l’opera del medico civitavecchiese Gaetano Torraca dal titolo “Delle Terme Taurine esistenti nel territorio di Civitavecchia” data alle stampe nel 1761, che riporta una ordinata raccolta di notizie sulla storia della città, come attestano alcune sue citazioni in margine nella seconda parte del suo manoscritto. Molto probabilmente è a conoscenza pure dell’altro lavoro, per lungo tempo restato inedito, del medico Arcangelo Molletti, dei Voyages del Padre Labat pubblicati nel 17317, e dell’“Istoria dell’Antichissima città di Civitavecchia” che il nobile romano Antigono Frangipane, capitano sui bastimenti da guerra papalini, dedica proprio a Clemente XIII nel 1761 e infine di una “Dissertazione in cui si dimosta il modo di ridurre la Città di Civitavecchia molto popolata e conseguentemente di un grande Commercio nel suo porto, scritta da un Anonimo Civitavecchiese, in Roma nel 1761, nella Stamperia di Generolo Salomeni nella piazza di S.Ignazio con licenza dè Sup.” E’ perciò forse consapevole di non potersi misurare con la valentia di storiografi affermati, di non saper narrare con lo stesso rigore avvenimenti vissuti in prima persona, di trovarsi di fronte ad insuperabili difficoltà per poter trarre dalle notizie in suo possesso una ordinata storia della sua città. Tutto ciò sembra celarsi in un desiderio di anonimato, che pare essere di moda in quei tempi, e che nell’Arata raggiunge le estreme conseguenze giacché esplicitamente nel frontespizio lascia scritto “Proibito dal Compositore, onde non debba leggersi da veruno”. Nella PREFAZIONE rende ragione di questo suo desiderio: quasi spasmodicamente mostra di temere il giudizio dei lettori (allude forse alla reale presenza di malevoli critici cittadini usciti allo scoperto in occasione della pubblicazione delle opere del Torraca e del Frangipane). Accenna a pochissimi fidati amici che sembrerebbero essere a conoscenza di questo suo impegno; mostra ripetutamente anche con colorite similitudini, disprezzo per malevoli, ottusi, ignoranti, non simbolici denigratori delle opere altrui. Ciò che rende oggi interessante l’edizione di questo manoscritto, sono le notizie e le conferme sulla toponomastica cittadina, su alcuni tradizionali giochi, come le corse dei cavalli, e il trave a mare e nel contempo in modo originale offre alcune immagini della quotidianità popolare. Luigi Arata, non dimentichiamolo, Camerlengo nel 1759, doveva ben essere consapevole dell’arduo compito che si assumeva nel lasciare se non ai contemporanei, ma certamente ai posteri, la propria testimonianza di questa visita di Clemente XIII.

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