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Il ricordo di un amore

Gennaro Lo Iacono

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ISBN: 978-88-7418-790-4

12,00 €

Lettere 216 | p.141 | giugno 2013

La forza dell’amore o l’incessante trascorrere del tempo? Sembra giocarsi su questi equilibri la nuova creazione di Lo Iacono dal titolo “Il ricordo di un amore”. La semplice conoscenza, l’apprezzamento per le virtù dell’altro sesso, la stima verso una persona, possono infine cristallizzarsi in una storia d’amore? E tutto ciò, può essere frutto soltanto dell’incedere del tempo? Interrogativi spesso irrisolti o il più delle volte non considerati, ma che nell’opera emergono continuamente quasi a ricordare al lettore dell’esistenza di un’entità invisibile ma concretamente presente, che anche se nessuno lo nota, regola ogni dinamica, indirizza ogni situazione. Il trascorrere del tempo rappresenta il muro maestro della storia, dapprima d’amicizia e poi in seguito d’amore, tra un professore ed una sua studente.
Il fattore tempo, inoltre, risulta essere esaltato dalla totale tranquillità dell’ambientazione. Un piccolo paese, un college ordinato, studenti vivaci ma non irrequieti, buon umore quasi unanime dei personaggi. Ingredienti che apparentemente sembrerebbero in netto contrasto con l’esigenza di raccontare il travaglio il più delle volte psicologico che corona una storia d’amore. In realtà, questi elementi, ne costituiscono la spina dorsale, il midollo da cui la storia stessa estrae linfa vitale. 

lo iacono min

Il ritorno a Kent

A Kent, pioveva ininterrottamente da una settimana. Le strade si erano trasformate in un fiume in piena. Un enorme torrente d’acqua nera come la pece portava via al suo passaggio ogni genere di oggetti. Galleggiava di tutto, buste di plastica, tronchi secchi di alberi divelti, persino delle cassette della frutta lasciate dai poveri mercanti. Purtroppo le cattive condizioni del tempo avevano fatto interrompere anche la loro attività in paese, che si svolgeva nel caratteristico mercatino ortofrutticolo: il Roy che veniva allestito nella piccola piazzetta da dove prendeva il suo nome. Un tale di nome appunto Roy. Per la precisione Sir Roy Artur. Un vecchio lord inglese che possedeva una tenuta non molto lontano da lì. Piazza Roy era il fulcro del paese e al suo centro c’era un bella fontana di bronzo che raffigurava il dio Nettuno. Quando si svolgeva il piccolo mercatino diventava l’unico punto di Kent dove si poteva scambiare qualche parola con i vecchi del posto. A sentirli parlare scoprivi tante cose su quel piccolo borgo che neanche potevi immaginare. Addirittura uno dei fruttivendoli raccontò che la Regina d’Inghilterra un giorno quando passò per Kent, fu colpita dal suo banco della frutta, si fermò con la sua auto ed acquistò delle mele rosse. Verità o finzione, nessuno seppe mai raccontare cosa realmente avvenne. Perché a dire del protagonista, accadde una mattina che per avversità della sorte c’era solo la sua bancarella allestita. Gli altri per via del maltempo che stava per abbattersi su Kent avevano desistito nel farlo. Purtroppo a quell’evento non assistettero testimoni, ma per il modo e per l’insistenza di come lo andava raccontando il fruttivendolo Jhonson, sembrava che fosse alla fine realmente accaduto. E da quel giorno chiamò le sue mele rosse Regina. Molti invece pensarono che era solo una scusa per vendere di più e nessuno degli abitanti di Kent lo volle mai contraddire. Jhonson per il suo carattere affabile e per i suoi modi gentili, rimaneva simpatico a tutti. Quell’uomo un po’ tarchiato e dal viso buffo, ti incantava quando ti fissava con i suoi occhialetti tondi. Al mercato si sentiva solo la sua voce, canticchiava delle vecchie canzoni popolari per tutta la mattinata. Nelle feste del paese adorava suonare la fisarmonica accompagnata ad un buon bicchiere di vino rosso porpora. Il sabato mattina mi fermavo davanti al suo banco per scambiare qualche parola; era un vero toccasana dopo una settimana di lavoro. Poi accadde l’imprevedibile. Purtroppo il vecchio Jhonson un giorno scomparve all’improvviso. La sua vita fu trascinata via senza alcuna pietà, come una delle tante cassette di frutta che venivano trasportate dalla pioggia di questi giorni. E con il trascorrere degli anni anche il suo ricordo scomparve dalla mente della gente di Ken insieme al passaggio della regina. Un altro ricordo che andava via. Ero quasi rassegnato a quello stato di cose, ma il mio era diverso. All’improvviso vidi galleggiare sull’acqua una bambola di pezza. Sembrava che mi guardasse, che mi fissasse con i suoi grandi occhi color nero, pareva quasi che mi stesse chiamando. Si era impigliata sotto la mia finestra tra le spine di un ramo di una pianta di rose che era stata semi sommersa dall’acqua. Sembrava quasi che l’avesse fatto apposta, come se volesse attirare la mia attenzione. Allora la guardai attentamente; assomigliava molto alla pigotta che regalai tanto tempo fa ad una persona a me molto cara. Ma non riuscii più a trovarla da quando un giorno venne per la prima volta a casa nostra la donna delle pulizie. La poveretta a sua insaputa per errore buttò la scatola dove era contenuta. Mia moglie Meggy, non l’avvisò del prezioso contenuto, ed io purtroppo l’avevo appoggiata sul tavolo della cucina affianco ad altre scatole che dovevano essere gettate. Così per errore fu gettata anche quella con la bambola. Meggy non era stata mai stata d’accordo sul fatto che tenevo quella bambolina nell’armadio della nostra camera da letto. Come se fosse stata sempre gelosa, anche se non sapeva poi dare spiegazioni del suo stato d’animo. Sicuramente immaginava che fosse stata di qualche mia fiamma di gioventù. Fu quando la situazione divenne insostenibile che decisi di trovargli una nuova sistemazione all’interno del cottage dove non poteva dare fastidio e poteva riposare in pace. Invece l’avversità volle che quell’oggetto a me tanto caro a causa di un incidente scomparisse definitivamente dalla mia vita. Quel giorno fu tremendo, mia moglie a fatica riuscì a placare la mia ira verso quella mal capitata della governante. La bionda tedesca signora Ingrid, quel giorno divenne più magra di quanto non lo fosse già. Era così esile che si poteva vedere l’intero scheletro in tutta la sua struttura attraverso la pelle. Ma nonostante quel corpo così esile aveva una forza eccezionale. In ogni caso quel giorno pianse molto. Fui duro con lei, ma poi, preso dal rimorso, mi feci perdonare decidendo che sarebbe diventata parte della nostra famiglia. Quel fatto aveva solidificato la nostra stima. La bambolina la cercai invano tra i rifiuti lasciati nelle buste ai bordi della strada di casa con la speranza che non fossero ancora passati per la raccolta. Invece nulla, fu troppo tardi, andai persino alla discarica tra lo stupore degli addetti ai lavori. Mi misi a scavare tra i vari cumoli d’immondizia, ma non la trovai. Ed ora alla vista di quella bambolina mi ribolliva il sangue nelle vene. Sembrava di aver preso una scarica di corrente che aveva attraversato tutto il mio corpo. Un brivido di freddo aveva gelato il mio sangue. Mi avvicinai con il viso alla finestra, quasi a schiacciare il naso contro il vetro. Volevo vedere bene quella bambolina di pezza che galleggiava sotto la mia finestra; assomigliava molto a quella che stavo cercando da lunghissimo tempo. Indossava un abito rosso con tanti piccoli pallini bianchi ed un grembiule bianco ricamato. Un fiocco verde le cingeva la vita. Mi portai le mani al viso, non credevo ai miei occhi: “Sì! E’ proprio la bambolina che ho perso!”, esclamai. La bambolina che tanto amavo e con tanta cura custodivo, aveva fatto la sua ricomparsa. Pensai che non fosse possibile, qualcuno forse l’aveva nascosta da qualche parte nel cottage e forse l’acqua l’aveva liberata dalla sua prigione. Quella ricomparsa aveva folgorato il mio cuore come Margot, quando quel giorno la vidi per la prima volta nella mia vita. Tutto ebbe inizio qualche giorno dopo che ritornai a vivere a Kent, circa una decina di anni fa. “Kent è piccolo paese non molto distante dall’università di Berrenton, che sorge ai bordi di una strada secondaria che porta da Erlinton a Londra. E’ completamente immerso nel verde della campagna inglese a Nord-Est dell’Inghilterra ed a pochi chilometri di confine con la vicina Scozia. Lì passai i giorni della mia infanzia. Mio padre Endry era uno stalliere. Era un uomo fortissimo dalle grandi mani possenti, il viso rugoso e gli occhi verdi come grossi smeraldi. Era enorme, addirittura molti raccontavano che montava a cavallo alzando solo la gamba destra. Mia madre Mary aveva un fisco minuto, i suoi occhi erano di colore zaffiro ed erano rassicurani ogni qualvolta che mi fissavano. Era molto credente, ogni domenica alle dieci del mattino si recava nella piccola chiesetta appena fuori il paese per ascoltare la messa del reverendo Arcibal. Faceva la donna di servizio presso la casa di campagna del vecchio Sir Tod, un ufficiale in congedo della gloriosa Marina inglese, che per molti anni aveva prestato servizio nella lontana India. Oltre allo stipendio Sir Tod, gli regalava spesso anche dell’ottimo the indiano da portare a casa. Il padrone di casa era un uomo gentilissimo ed aveva sempre una certa apprensione verso mia madre. Purtroppo era anche molto malato per via del fatto che da giovane aveva preso la malaria in Africa e da quel giorno il suo fisico ne era rimasto molto provato. Non visse a lungo e di conseguenza mia madre rimase senza lavoro. Alla sua morte tutti fummo molto rattristati. Mi ricordo che quando non andavo a scuola mia madre mi portava con se a casa di Sir Tod. Mi regalava sempre delle caramelle al miele. Mi diceva sempre: “Mangia queste caramelle che ti faranno diventare intelligente”. Ma a me non importava, io le mangiavo perché erano buone. Per nostra fortuna, la perdita del lavoro di mia madre non incise più di molto sull’economia della nostra famiglia. Poi purtroppo con il passare degli anni anche il lavoro degli stallieri iniziò a calare ed alla fine i miei genitori furono costretti a trasferirsi a Londra. Ma il legame con quel vecchio paese dove nacquero e si sposarono, non cessò mai di vivere nei loro cuori. E pensare che quel piccolo villaggio di campagna era conosciuto dal resto del paese grazie all’importante college, che sorgeva nelle sue vicinanze, la Berrenton. Il college più famoso d’Inghilterra, e prendeva nome dal suo fondatore: Lord Artur Berrenton. Dal college uscirono i più grandi luminari della fisica moderna degli ultimi 100 anni. E per noi del posto, era il luogo più importante del mondo. Era il sogno più bello che un genitore di Kent potesse desiderare per il proprio figlio. La sua ammissione aveva un significato importante specialmente per le donne del paese. Era un pretesto in più per vantarsi all’uscita della chiesa la domenica mattina. Ma per fortuna la Berrenton non era l’unica cosa che rendeva Kent un posto particolare agli occhi degli altri. Anche per il comportamento e le strane abitudini dei suoi abitanti. In paese si potevano contare circa un migliaio d’anime. Kent era popolata anche da tanti cani e gatti ed il loro numero con molta probabilità era superiore a quello degli abitanti. Ognuno di noi possedeva un animale domestico. A casa nostra avevamo un dolcissimo cane bassotto che in poco tempo divenne il vero padrone di casa. Mia madre era così affezionata a quel piccolissimo cagnolino che lo considerava come un figlio. Addirittura un giorno cucinò per lui e si dimenticò di me. Ma non solo questo amore per gli animali era una particolarità del mio paese; anche le abitudini di vita dei Kentiani stessi. Erano così legati alle tradizioni del passato che sembrava di essere in un piccolo paese agli inizi dell’ottocento. Essi non si preoccupavano minimamente di stare nel ventesimo secolo, nell’era della tv e di Internet.

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