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L'umorismo nel cinema ebraico

Rosanna Cesareo

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ISBN: 978-88-7418-764-5

12,00 €

Territori 57 | p. 168 | ed. giugno 2013

La cultura ebraica, pur configurandosi come una minoranza all’interno delle culture dominanti con le quali si è trovata costantemente a convivere, è sempre stata caratterizzata da una forte pervasività che le ha permesso di far conoscere ed assorbire a queste culture elementi della propria, oltre che ad assimilare essa stessa principi delle altre culture.
E’ possibile riscontrare questa forte pervasività anche nel cinema, dove gli ebrei, comprendendo fin dall’inizio le potenzialità di questo mezzo di comunicazione, costituirono un vero e proprio monopolio, contribuendo a creare sullo schermo quello che si trasformerà nel sogno americano. Cardine della ricerca è l'umorismo, un aspetto fondamentale della cultura ebraica nell'ambito della quale assume due modalità particolari, la dissimulazione e l'autoaggressività, utilizzati come espedienti per sopravvivere nella società quando non è possibile integrarsi in essa 

Rosanna Cesareo è nata a Roma nel 1972. Dopo la laurea in sociologia, con indirizzo comunicazione e mass-media, si è appassionata alla letteratura per l'infanzia, aprendo a Roma la libreria per bambini e ragazzi IL GHIRIGORO.

Cap. 1 – Le origini
1.1 - Lo yìddish
1.1.1 - La diaspora ebraica

Gerusalemme, che si trovava sotto la giurisdizione romana dal 63 a.C., è presa e bruciata da Tito nel 70 d.C., in seguito ad un’insurrezione, poi definita prima guerra giudaica,1 che aveva provocato l’intervento militare romano quattro anni prima. Nel 132 d.C. una nuova rivolta, la seconda guerra giudaica, porterà all’annientamento definitivo della città nel 135 da parte di Adriano che la trasformerà nella colonia romana Aelia Capitolina (o Capitolia) vietando agli ebrei di risiedervi. L’intero territorio divenne una provincia romana chiamata Syria Palestina,2 per definire la zona come antica terra dei filistei. Poche comunità rimasero nei centri di Tiberiade e Yavne; tra il 70 e il 135 d.C., infatti, si accentua il fenomeno della diaspora ebraica, che già in seguito alla conquista babilonese del VI° secolo a.C., ed alla successiva formazione e divisione dell’impero macedone, aveva visto l’insediamento di importanti comunità giudaiche a Babilonia, Alessandria d’Egitto e Roma. Nei secoli successivi queste comunità si sposteranno, anche al seguito delle legioni romane, insediandosi persino nell’Europa orientale, dove gli ebrei furono chiamati ashkenàzim (da Ashkenàz = Germania), e in Spagna, dove la civiltà ebraica sefàrdi (da Sefaràd = Spagna) convisse a lungo con quella cristiana e musulmana, fino al decreto di espulsione, che fu una conseguenza della conquista dell’ultimo territorio islamico, con la presa di Granada del 1492, da parte dei re cattolici Ferdinando ed Isabella. La diaspora sefardita si concentrerà nell’impero ottomano, nei Paesi Bassi e in alcuni centri italiani, tra cui Livorno, Ferrara e Venezia.3 1.1.2 - La nascita dello yìddish La lingua parlata dagli ebrei sefardìm, il ladino, affermatosi nel XV° secolo, un misto di castigliano, ebraico, turco, greco ed arabo, chiamato anche judesmo o giudeo-spagnolo, non era lo yìddish4 degli ebrei ashkenaziti.5 Tra l’Ottocento ed il Mille d.c., le comunità stanziatesi nella Valle del Reno e della Mosella cominciarono a parlare un idioma diverso dalla lingua del luogo, che era l’antico alto-tedesco. Quest’idioma, che comincia a delinearsi nel X° secolo, oltre alla radice germanica, conteneva elementi latini ed ebraico-aramaici e tese a rafforzarsi nei secoli, tra il 1100 e il 1250, quando la presenza ebraica cominciò ad espandersi anche nell’alto Reno, favorendo la separazione della lingua parlata da questi ebrei da quella parlata nei territori dove vivevano. Nel 1348 scoppiò la peste: gli ebrei, accusati di averla propagata, dovettero abbandonare la Valle del Reno ed è in questo periodo che inizia la loro grande concentrazione in Polonia, Galizia, Cecoslovacchia, Romania, Ungheria e soprattutto Russia. Questi ebrei, pur subendo l’influenza occidentale, non dimenticarono le proprie origini ed unirono la propria cultura a quella degli slavi e dei popoli caucasici; parlavano oramai lo yìddish, una lingua giudeo-germanica impastata d’ebraico. La parola yìddish deriva dal tedesco antico jüdisch, che significa ebraico. Lo yìddish non è però ebraico, pur contenendone moltissime parole e frasi idiomatiche enfatizzate da desinenze del tedesco medievale con parole antiche di polacco, russo, rumeno, ucraino e vari dialetti di sloveno. Dall’ebraico, soprattutto, ha ripreso i caratteri grafici dell’alfabeto classico e la scrittura da destra a sinistra.6 1.1.3 - Ruolo e caratteristiche dello yìddish Questa lingua, uno degli strumenti fondamentali dell’umorismo ebraico, poiché era quella nella quale erano raccontate le storie, svolgeva due funzioni importanti: da un lato era un mezzo di comunicazione per un popolo isolato in seno ad organizzazioni politiche ed economiche diverse (non dimentichiamo, infatti, che gli ebrei s’inserirono nei vari paesi in gruppi isolati, senza che fossero riconosciuti né come nazione né come gruppo etnico), dall’altro, soprattutto, aveva il compito di conservare la tradizione culturale e religiosa che fino allora era stata mantenuta viva con la lingua classica della Bibbia. Col passare del tempo lo yìddish diventa la lingua più parlata d’Europa, ma non la più qualificata, tant’è vero che molti intellettuali ebrei si opposero alla sua diffusione ritenendola volgare (era definita spregiativamente jargon), così com’era accaduto per l’italiano rispetto al latino. Era, in effetti, la lingua parlata dal popolo, soprattutto dalle mamme coi bambini, e, per questo, definita Màme-lòshen.7 Definirla lingua del popolo è indicativo, giacché voleva dire che il popolo aveva trovato una sua definizione sociale, e questa definizione sociale era lo shtetl.8 Solo nel 1908, a Czernowitz, in occasione di una conferenza sulle lingue, lo yìddish fu considerato un idioma nazionale e fu adottato come una delle lingue nazionali del popolo ebraico. 1.1.4 - Lo shtetl Nel 1792 Caterina di Russia istituì dei “recinti di restrizione”, o “d’assegnazione”, aboliti soltanto durante la prima guerra mondiale, i cui confini erano variabili, all’interno dei quali far vivere gli ebrei. Questi, però, preferirono chiamare i recinti shtetl9 (al plurale shtètlekh), che in yìddish vuol dire paesucolo, cittaducola, una parola per loro più familiare, derivante dal tedesco shtadt.10 Gli shtètlekh erano perciò degli agglomerati urbani situati attorno alle grandi città della Polonia e della Russia, ad una considerevole distanza, piccoli villaggi costituiti da casupole e sinagoghe di legno che a dispetto delle condizioni di estrema povertà vedranno nascere al loro interno i personaggi comici della tradizione yìddish che saranno la base dello humor nel teatro e nel cinema ebraico. Il mondo dello shtetl era l’occhio ironico attraverso il quale i suoi abitanti guardavano al mondo esterno. Centro della keilà, la comunità, era la sinagoga, che permise lo svilupparsi di un ordine democratico anomalo per l’epoca, tanto da essere guardato con sospetto dalle società autoritarie che iniziarono a vedere negli ebrei dei possibili sovvertitori dell’ordine costituito. Lo shtetl era un microcosmo all’interno del quale gli ebrei vivevano secondo i precetti della Torah, plasmando ogni aspetto del comportamento per quello che secondo la tradizione ebraica è il fine ultimo della presenza umana nel cosmo: santificare e onorare la vita. All’interno dello shtetl uomini e animali condividevano una densità fisica impressionante pur senza degradare nella promiscuità, e questo era possibile grazie ad una solidarietà difficilmente riscontrabile altrove.11 Si parlavano due lingue: l’ebraico classico, insegnato ai giovani nelle yeshivà, le scuole, che continuava ad essere la lingua sacra riservata al culto dell’Altissimo, e lo yìddish, lingua spuria e di nessun pregio. La distinzione tra queste due lingue coincise con quella tra l’ebraismo ortodosso ed il modo di vivere dell’ebreo che si trasferiva in città e tornava alla tradizione solo per celebrare feste e ricorrenze. Gli shtètlekh erano controllati da funzionari statali ai quali dovevano essere inoltrate le petizioni per avere il permesso di uscire. Al di fuori del mondo chiuso dello shtetl, all’interno del quale fiorì la Yiddishkeit, esisteva un altro mondo ebraico che riuscì ad integrarsi nella società circostante ed era quello insediatosi nelle grandi città tedesche come Lubecca, Berlino, Francoforte, Dresda e Lipsia.

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