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Il successo delle barbie islamiche

Giovanni Carullo

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ISBN 978-88-7418-376-0

12,00 €

Territori 29 | p.134 | ed. 2007

“Abbiamo voluto produrre una bambola con cui le nostre figlie si potessero meglio identificare... aiutare i nostri bambini ad avere una migliore comprensione dell'Islam e sviluppare un orgoglio, un' identità e un'autostima islamica. Avendo visto così tante nostre bambine ricevere in dono delle Barbie abbiamo voluto offrire un giocattolo alternativo che puntasse sull'importanza della modestia e desse più attenzione al carattere che agli attributi fisici e alla moda”.
“Il personaggio Fulla è onesto, amorevole, rispettoso del padre e della madre. La si può trovare mentre prega, prepara un dolce per la sua amica Yasmeen o mentre legge un libro prima di andare a dormire. I mestieri in cui Fulla è impegnata sono il medico o l'insegnante, che sono considerate due professioni rispettabili per una donna musulmana”.
“Se da un lato Fulla è la risposta islamica a Barbie, Fulla è pur sempre una Barbie”.

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Giovanni Carullo è nato ad Avellino 42 anni fa. Coniugato, due figli, funzionario pubblico, si è laureato ad Urbino in Sociologia con una tesi su Possibilità ed Autonomia della democrazia nei Paesi Islamici.
Nel 2006 ha conseguito presso la stessa Università con il massimo dei voti e lode accademica la Laurea Specialistica in Sociologia – Identità, memoria e mutamento sociale.

Come è nata l'idea di analizzare un oggetto così particolare come le “Barbie” islamiche? Questo mio lavoro costituisce la seconda parte di un lungo e attento interesse per le dinamiche interculturali che negli ultimi anni per diversi motivi, dai flussi migratori agli episodi terroristici, all'accresciuto ruolo di tv satellitare ed internet, hanno catalizzato l'attenzione dell'opinione pubblica. Infatti già nella precedente tesi conclusiva del primo ciclo di studi universitari mi ero soffermato sui rapporti tra Islam e democrazia, analizzano la possibilità e sopratutto l'auonomia di un processo democratico, così come lo abbiamo conosciuto in Occidente, nei paesi di tradizione islamica. Stavolta mi sono soffermato, invece, su un oggetto di consumo, simbolo dell'immaginario infantile ( e non solo) dell'Occidente : la bambola Barbie. Ho voluto verificare, con tutti i limiti metodologici di un'indagine di questo tipo, se il successo delle omologhe islamiche, Fulla e Razanne, si possa configurare come un forte richiamo alla tradizione identitaria oppure sia solo uno strumento della longa manus del mercato trasformisticamente capace di adattarsi alle richieste e ai bisogni, spesso eteroindotti, dei consumatori, in virtù della sola logica che conosca, quella della circolazione monetaria e del consumo.

E a quale conclusione è giunto? Siamo partiti chiedendoci se il mondo stia procedendo verso l'edificazione di una unica cultura planetaria o se siano possibili delle alternative. La risposta che ci siamo dati non è, ovviamente, di tipo totalizzante ma critico-speculativa : il modello occidentale si sta diffondendo e questa diffusione avvia senza ombra di dubbio  fenomeni di omologazione, contro i quali, tuttavia è da tempo in atto la difesa delle specificità culturali. Oggi si abusa del termine “globalizzazione”  ma nel mio testo mi soffermo sul significato di concetti meglio adatti a chiarire i rapporti tra cultura e globalizzazione, concetti come glocalizzazione, creolizzazione, indigenizzazione.

La globalizzazione, pare di capire dal suo lavoro, non è dunque solo omologazione. Possiamo dire che sotto la superficie di un'annullamento dei confini geografici e culturali sia in atto un processo creativo di nuovi significati? L'analisi del successo di Fulla e di Razane è stata affrontata proprio sforzandoci di comprendere se la globalizzazione, con tutte le sue dinamiche veicolate da multinazionali, parabole e web, non possa per caso costituire la fonte di nuove forme di diversità, ricche di implicazioni culturali significative, fenomeni che si svolgono spesso sotto la superficie, ma che sono più importanti, innovativi e duraturi di quelli su cui si concentra l'attenzione generale. Non a caso mi sono richiamato ad altri esempi, dalla Coca Cola ai Mac Donald's  riportando esempi di come il significato originario venga translato nell'atto della ricezione del prodotto e del messaggio, sulla base di codici interpretativi indigeni.

In questi ultimi anni il rapporto tra Occidente e Islam, alzando lo sguardo dalle bambole, appare assai contraddittorio e aperto costantemente a sviluppi imprevedibili. Quale è il suo punto di vista? Nei miei ragionamenti sui rapporti tra Islam e Occidente non prescindo mai dall'esempio riportato nelle prime pagine del bellissimo Islam globale di Khaled Fouad Allam. Le immigrate musulmane di seconda generazione, ci dice lo scrittore algerino, tendono a ricoprirsi il capo, laddove le loro madri lo avevano scoperto per accelerare un processo di integrazione. Processo di integrazione che non è riuscito, se i sobborghi parigini bruciano e se le giovani musulmane, pur essendo cittadine francesi, sentono l'orgoglio di richiamarsi alla loro diversa identità.
Ed è proprio questo rapporto ambiguo di appartenza e rifiuto, di attrazione delusa e di promesse disattese che si traduce in un'infezione culturale nota con il nome di “occidentalite” che permea masse di giovani attratte sì dal modello occidentale, pronte ad usare tutta la tecnologia che viene messa a loro disposizione, ma pericolosamente disposte a sostenere senza esitare chi proclama il ritorno ad un Islam tradizionale e puro, pronto alla Jihad contro l'Occidente e la corruzione dei costumi. 

C'è ancora qualcosa che l'Occidente possa fare per un dialogo ed una cultura della convivenza o siamo irrimediabilemte diretti allo scontro di civiltà previsto da Huntington? Gli anni successivi alla caduta del muro di Berlino e alla fine del mondo bipolare hanno dimostrato che era più veritiera l'ipotesi di Huntington che quella di chi aveva preannunciato anni di pace seguenti all'allargamento di un mercato e di una cultura che usciva vincente dalla guerra fredda. Tuttavia ogni ipotesi deve tener presente che non esistono un Occidente e un Islam come due blocchi monolitici, immutabili e compatti.
C'è un Occidente fatto di America ed uno fatto di Euopa, c'è una cultura che ha nel suo patrimonio genetico le conquiste delle terre lungo la corsa ad Ovest e c'è una cultura che è figlia dell' illuminismo, ma contemporaneamente nipote di Crociate e Controriforma. Nessuno può dimenticare attraverso quale storia, quali errori, quali guerre e quali sterminii si sia giunti a dare concretezza, qui in Europa, ad un'idea di democrazia.
Proprio per questo motivo nessuno spirito liberamente  critico può pretendere di esportare la democrazia come fosse un frigorifero, per giunta sulle punte dei cannoni. Gli ultimi anni hanno mostrato il fallimento di questa sciagurata opzione, tanto più confermata dai risultati di elezioni democratiche calate dall’altro che, senza i presupposti di democraticità, hanno portato al potere forze estremiste.
La mia ipotesi è che il modello democratico occidentale non possa essere adattato come un vestito dei grandi magazzioni all' habitus islamico, e che non dobbiamo mai dimenticare come gran parte dei regimi islamici siano figli di politiche coloniali che certo non hanno lasciato ottimi ricordi.

Dunque nessuna speranza di democrazia per l'Islam? Come ci sono diversi Occidente, cosi dobbiamo sforzarci di pensare che esistono tanti Islam. Sono sicuro che tutti quanti, chi prima chi dopo, sapranno trovare la loro strada per la “loro” democrazia. 
La Turchia, paese di religione islamica, dimostra che un percorso in questa direzione è possibile.
Non illudiamoci. Non sarà un processo breve e avrà i suoi costi, ma arriverà. L'Occidente potrà avere un ruolo in questo cammino se si impegnasse maggiormente a mostrare un  interesse genuino per l’esportazione,  innanzitutto, della cultura e del rispetto dei diritti fondamentali, basamento di ogni ipotesi di democrazia. Purtroppo si tratta di esportazioni senza profitto e l'Occidente è sempre stato più attento, finora,  ad altre logiche a ad altre importazioni.

Torniamo alle bambole del suo libro: nel libro Lei parla di feticcio. In che modo possiamo dire che le barbie islamiche siano un feticcio? Il feticcio indicava per i mercanti europei quell’elemento che era oggetto di venerazione da parte delle popolazioni indigene e che era escluso dagli oggetti commerciabili. Ho fatto riferimento a quel concetto per riepilogare come all’interno del pensiero occidentale si sia sviluppata, da Marx a Freud, da Baudrillard a Bourdieu,  una riflessione che progressivamente ha interpretato l’oggetto travalicando la sua mera utilità funzionale ed arrivando a scorgere in esso le tracce di un’anima sociale delle cose. Ma oltre ad avere un’anima sociale, gli oggetti partecipano di una relazione intima con i loro possessori, hanno una propria biografia, una vita che non nasce nel momento dell’acquisto ma che deve tener conto delle fasi precedenti e di quelle successive.
Possiamo dunque dire che se pure l’oggetto Fulla o l’oggetto Razanne nascono come prodotti adatti ad attirare  in un contesto di compra-vendita  masse che altrimenti ne sarebbero rimaste ai margini, acquistano una  neoattribuzione di significati di tipo feticistico, sia socialmente che soggettivamente.

A chi consiglia questo libro? 
A tutti coloro che alla vista di una “barbie col velo” piuttosto che gridare allo scandalo e a fiondarsi in un blog o su un forum a dare aria al proprio disgusto per quella contaminazione immorale, abbiano la voglia e il coraggio di interrogarsi se il mondo che desideriamo e che vogliamo consegnare ai nostri figli, di fronte agli inevitabili flussi migratori, sia il mondo dei “noi contro loro” o possa essere il mondo dei “ e noi e loro”.
 Alla fine le “mie” bambole islamiche altro non sono che ambasciatrici di un dialogo possibile.
Senza dimenticare che all'inizio una bambola, per un bambino,  è pur sempre solo una bambola.

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