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Isole intorno al mondo

Francesco Manna

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ISBN: 978-88-7418-800-0

12,00 €

Foglio 58 | p.133 | ed. maggio 2013

“Isole intorno al mondo” sono una raccolta di racconti nella quale personaggi e vicende esprimono marginalità rispetto a una normale centralità di esistenza ed esperienza umana, cioè sono isole che circondano il mondo, invece di esserne inserite all’interno.  Ne “Il coccodrillo” un giornalista di cronaca si trova a dover scrivere l’articolo celebrativo post mortem di un grande trombettista jazz. In “La strana avventura del professor Baldi”, uno studioso in aereo ritrova i suoi studi sul tempo, materializzati in uno strano personaggio seduto accanto a lui. In “La telefonata” due uomini con lo stesso nome, in una conversazione telefonica, incrociano la loro vita fino a confondersi in un’identità unica. “A Istanbul” è il resoconto di una disavventura, in cui il protagonista è coinvolto in un raggiro, da cui saprà uscire anche grazie alla sua forza di volontà e a circostanze fortunate. “La cerimonia” si svolge in Brasile a Bahia, durante un candomblé, in un serrato racconto del rito animistico/cristiano. In “Dove vai quando poi resti sola”, la splendida canzone di Mogol-Battisti contrassegna le esperienze d’amore e inettitudine del protagonista.

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Francesco Manna (1954) vive e lavora a Padova, dove insegna lettere nelle scuole superiori. Ha pubblicato una sua prima raccolta di poesie Verso i bordi [1972-1991] (1992); il saggio d’analisi musicale Sotto le stelle del jazz: Paolo Conte un artista e la sua musica (1993); una scelta di poesie di viaggio sull’antologia, On the road (1997); Varco d’anime perdute, poesie (2004); la trilogia di romanzi brevi Partiture di viaggio (2006); con il fotografo e pittore milanese Paolo Prenestini, Sulla cima del mare (2006); il romanzo L’ombra del Guerriero (2011). È, inoltre, presente in varie antologie di poeti contemporanei, tra cui Terre (2007) e Demokratika (2010).

Foto di copertina (elaborata) di Paolo Prenestini

Ci parli un po’ del suo libro di racconti. “Isole intorno al mondo” è una raccolta di racconti nella quale personaggi e vicende esprimono marginalità rispetto a una normale centralità, spesso più presunta che reale, di esistenza ed esperienza umana, cioè sono isole che circondano il mondo invece di esserne inserite all’interno.
Nel racconto “Il coccodrillo” un giornalista di cronaca si trova a dover scrivere l’articolo celebrativo post mortem (detto nel linguaggio giornalistico coccodrillo) di un grande trombettista jazz, e così la sua vita entra in contatto diretto, fino quasi a fondersi con quella di un musicista la cui parabola esistenziale precipita sempre più in un abisso che lo porterà a una morte misteriosa.
In “La strana avventura del professor Baldi”, uno studioso in aereo ritrova i suoi studi sul tempo materializzati in uno strano personaggio seduto accanto a lui.  Nel successivo racconto “La musica” i supporti di registrazione, dischi e C.D., sono oggetti animati, unici amici reali nella vita solitaria del protagonista; mentre in “Ricordo di una vacanza” un amore, che sembrava finito, ritorna attraverso il ripercorrere con la mente la vacanza in cui alla fine la coppia si era separata, ma non definitivamente.
In “La telefonata” due uomini con lo stesso nome, in una conversazione telefonica, incrociano la loro vita fino a confondersi in un’identità unica. In “Gelosia di pittori”, invece, la rivalità artistica di due amici pittori rischia di sfociare in una beffa mortale.
“La cerimonia” e “Zena Nera” svolgono in Brasile, a Bahia, il primo durante un candomblé, in un serrato racconto del rito animistico/cristiano, in cui il protagonista scivola lentamente, ma progressivamente, nella fusione col rito stesso; il secondo descrive l’avventura di un viaggiatore con una bellissima donna, dal nome di una famosa e misteriosa città di porto italiana, così simile a quella brasiliana in cui avviene la vicenda d’amore e rimpianto.
“A Istanbul” è il resoconto di una disavventura in cui il protagonista è coinvolto in un raggiro, da cui saprà uscire anche grazie alla sua forza di volontà e a circostanze fortunate.
In “Dove vai quando poi resti sola”, una splendida canzone di Mogol-Battisti contrassegna le esperienze d’amore e inettitudine del protagonista, in salti e voli tra passato e presente conditi da una forte vena di nostalgia, come del resto avviene nei racconti “La foto” e “Gli amici di mio padre” e “Jimmy ballando, ballando…” in cui quello che non c’è più, è fuso col presente e non certo estinto.

Lei quindi scrive di marginalità, anche se molti racconti sono racconti di viaggio in varie parti del mondo, soprattutto in America Latina, ma non solo anche Grecia e Turchia. Come si esprime allora questa marginalità?
Credo che tutta la letteratura sia sempre stata legata alla marginalità, cioè lo scrittore per me è un uomo che non crede troppo nella realtà, non gli basta così com’è ma deve continuamente ricrearla. Chi è sintonico con il mondo che lo circonda non potrà mai essere uno scrittore. Anche se dovesse essere un autore di romanzi storici, quello che veramente gli interessa è evadere dalla sua realtà, riproponendone un’altra, scavando a fondo nei meccanismi privati e politici che sorreggono in ogni tempo un certo tipo di società. Il realismo ottocentesco e novecentesco analizzava la società e riproponeva quello che di ingiusto e spesso inumano avviene tra gli esseri umani e le strutture sociali. Ed è stato più efficace quanto più mostrava l’uomo nel suo privato e pubblico, nella sua dimensione di sogno, aspirazione e realtà, in esperienze contraddittorie più spesso piccole e però veramente umane, direi marginali. L’anima dell’uomo, la psiche (come la chiamavano i greci) si esprime nel dolore, nelle difficoltà, nelle incapacità più che negli slanci, che pure può esprimere, verso l’ideale. I miei personaggi sono sempre degli esseri umani che sperimentano la loro incapacità di accettare la propria  realtà, ciò che li  contiene e circonda. Anche in un altrove, a volte veramente incredibile e molto diverso dalla loro realtà in cui sono inseriti tutti i santi giorni, si trovano ad affrontare l’imprevisto, lo strano, l’alieno, situazioni surreali o troppo realistiche da sfociare in fantastico o meglio in una sorta di realismo magico. I miei autori preferiti testimoniano di questa mia tendenza e sono scrittori come: Kafka, Musil, Marquez, Borges, Bolaño, Amado, Lezama Lima, Pessoa, Calvino e Buzzati (i primi che mi vengono ora in mente). Se il mio libro è stato definito di genere noir, almeno nelle atmosfere,  riconosco che è una definizione appropriata, anche se la mia narrativa è al di là dei generi. Si nutre di vari generi, anche molto spesso della musica e della pittura, li mischia e li confonde fino a creare uno stile, che spero (e questa sarebbe la mia massima aspirazione) sia abbastanza riconoscibile dopo la lettura dei primi tre quattro racconti della raccolta.

Oggi va molto la narrativa fantasy o le biografie di personaggi vari, a volte calciatori e eroi dello sport in generale, oppure le vicende di adolescenti inquieti, o molte scrittrici che fanno, possiamo dire, una letteratura post-femminista, cosa ne pensa di questo tipo di opere? Il fantasy non mi interessa, mi annoia profondamente. Preferisco semmai la fantascienza che in questi ultimi tempi mi sembra un genere poco praticato, eppure in passato ha espresso autori molto interessanti, vicende appassionanti e intelligenti. Leggere poi una biografia di un calciatore o un eroe dello sport, con tutto il rispetto per gli sport, che amo ma non pratico (seguendo alla lettera quello che disse una volta Winston Churchill a chi gli chiese come avesse fatto a mantenersi così bene alla sua veneranda età di ottanta anni: No Sport ) è una cosa che neanche lontanamente sfiora la mia mente. Un paio di biografie di comici, però, le ho lette così per svagarmi all’inizio di questa moda, che ora è veramente per me spregevole e toglie spazio a chi avrebbe veramente qualcosa da dire in senso letterario e creativo. Inoltre, i tanti libri e autori di vicende di adolescenti (a volte anche in un certo modo interessanti, soprattutto per lettori adolescenti che si riconoscono nei loro personaggi inquieti) alla fine sono solo dei prodotti commerciali, non letteratura, tantomeno arte e creatività. Nessun attuale autore di questo tipo di libri ha mai creato un nuovo Giovane Holden o un Giovane Törless, o un Tonio Kröger o un Werther o un Jacopo Ortis dei tempi moderni… Tante scrittrici italiane sono senz’altro brave (alcune di loro, non tutte) ma le vicende che narrano mi sembrano troppe volte scontate. Non bisogna mai occuparsi in letteratura della cronaca, come Stevenson ebbe modo di dire, lo scrittore non si occupa della banalità e della realtà di tutti i giorni, piena di luoghi comuni, ma di qualcosa di straordinario, insolito, strano, unico, marginale appunto!

 Lei, quindi, afferma che oggi, soprattutto in Italia, si pubblicano tanti libri, ma solo pochi sarebbero degni di appartenere alla letteratura odierna, così diversa da quella del passato che era contrassegnata da un impegno a ricercare la bellezza intesa come un qualcosa di più e che nella realtà spesso non si ritrova? Esattamente, vedo che ha centrato il problema. Che senso ha oggi dare ai lettori,  con la creazione di un opera letteraria, un supplemento di realtà, come se non ce ne fosse già abbastanza, con tutte le delusioni e le ingiustizie che essa presenta, soprattutto nella nostra società globalizzata, in cui conta sempre di più l’apparire piuttosto che l’essere? Penso spesso ai giovani d’oggi che hanno tutta una serie di sollecitazioni informative. Basta un clic e ci si può collegare col mondo intero, la facilità estrema dell’essere in poche ora da un punto all’altro del pianeta, in modo che i viaggi  formativi sarebbero facilitati rispetto ad una volta. Invece non è così, quando si va da un punto all’altro del pianeta notiamo, tranne che in rari casi sempre più confinati, che la realtà che si trova è del tutto uguale a quella che abbiamo lasciato. Tutto il mondo è paese, oggi questo modo di dire è veramente realizzato. E questo purtroppo, secondo me, non è un bene, l’omologazione (che Pasolini paventava con tutta la sua geniale e profetica analisi su questo fenomeno storico e culturale che portava alla morte della bellezza, del soggettivo, dell’unico che l’individuo di epoche passate poteva vantare di rivendicare) oggi e una realtà sempre più invasiva e alienante. Oggi si offre ai giovani quello che loro vogliono e non li si aiuta a ricercare se stessi, a formarsi come individui, a fuggire i luoghi comuni, a trovare la bellezza, un proprio ruolo esistenziale e formarsi un vero gusto, una dimensione estetica valida, indipendente, vera. La fantasia, l’arte, la creatività, la letteratura, la ricerca della bellezza, oggi sono sempre più difficili, soprattutto per i giovani, se li lasciamo preda del senso comune e del conformismo. E quasi tutti i libri che oggi si vendono e vanno per la maggiore, non hanno alla fine nessun valore e non resteranno nella storia della letteratura, io la penso così e con il mio modesto lavoro cerco di riaffermare qualcosa di diverso rispetto a quello che oggi viene considerato valido e pubblicabile.

Con queste sue parole lei si è fatto degli amici, non crede? Pazienza, io dico sempre quello in cui credo fermamente. Non mi interessa se molti mi giudicheranno male e cercheranno di emarginarmi o stroncarmi. Tra l’altro essere popolari non sempre è una cosa positiva. Io scrivo prima di tutto per me stesso, perché è una mia insopprimibile necessità. Se qualcuno, poi, mi apprezza leggendomi sono felice. Non mi importa quanti siano i miei lettori, ma che qualcuno si ritrovi in ciò che faccio, nelle mie pagine. Quando ciò accade, ho raggiunto completamente i miei obiettivi, e sono estremamente grato a chi ha dedicato un po’ del suo tempo a me.

A Chet Baker (Yale 1929 - Amsterdam 1988)
IL COCCODRILLO

Era una giornata dai colori autunnali e l’aria già tagliava il viso. La lunga colonna di auto al semaforo nel grande piazzale, rombava gas di scarico sui grigi palazzoni stile fascista, agli incroci di musi meccanici, nell’attesa del colore di via libera. Marco attendeva, con una sigaretta tra le labbra, di immettersi sulla strada che portava al giornale, in quel pomeriggio. Autumn in New York e la tromba sul tappeto orchestrale, in quella vecchia Italia del 1960, gli riecheggiavano nelle orecchie al volante della sua auto. La notizia della morte di Breth Lewis lo aveva colto di sorpresa e Marco ancora non riusciva a crederci. Dopo tutte le vicissitudini che avevano contrassegnato la breve ma intensa vita di quel grande e lirico trombettista di jazz, sembrava quasi impossibile che un incidente così stupido avesse posto la parola fine a quella sorta di macchina di emozioni che aveva attraversato uno dei momenti più belli della storia di quella stupenda e unica musica. Uno strano incidente, uno spietato destino aveva portato con sé la parabola incessante di desiderio e morte, speranza e illusione, dolcezza e asperità di introversione al massimo grado, poesia, armonia e ritmo, freddezza glaciale, calore umano e indifferenza. Finalmente scattò il verde e Marco si diresse verso il giornale dal direttore che lo aveva fatto chiamare. Parcheggiata l’auto nel posteggio, Marco prendeva l’ascensore salutato dal portiere. Era molto triste ma nello stesso tempo il dover redigere l’articolo su Breth Lewis faceva forse giustizia di quella sua gran passione musicale. Certo avrebbe preferito piuttosto rivederlo in un altro concerto, poter applaudirlo ancora una volta e rimanere stupito del suono terso della sua tromba, della sua voce malinconica e infantile, calda e acuta, dei brani/ballads intrisi di nostalgia e rimpianto per il tempo perduto e amore per quello ritrovato. Ancora una volta sul palco nell’unica ragione di vita, ancora una volta, ancora una volta, ancora una volta, ancora. La porta dell’ascensore si aprì sul viso assorto di Marco, sui suoi pensieri; Alone Together, tromba e sax baritono, spazzole e contrabbasso, note liquide di pianoforte, il ‘58 lì all’angolo della 52esima strada, oltre l’Oceano, oltre il tempo, oltre quella città italiana del nord; It Never Entered my Mind, per sempre. Passi risuonavano nel corridoio, ovattato attutire di colpi di macchine da scrivere elettriche, computer e altri aggeggi infernali; egli sempre più assorto si diresse verso la porta a vetri del direttore. Non vorrei essere qui, Breth sarebbe ancora vivo in qualche parte del mondo, forse starebbe iniettandosi una dose di Speedball; non importerebbe, purché fosse ancora vivo. Dannazione, che cazzo di vita è mai questa, perché non è morto qualcun altro. Cristo! Il direttore accolse Marco con l’espressione molto seria. Anche lui aveva qualcosa che non girava per il verso giusto, forse la solita lite familiare... – Franceschi, lei sa di quel jazzista famoso, vero? Marco era scurissimo in volto, come quella volta che dovette fingere col mondo sorridendo anche se non ne aveva voglia, quando Giulia lo aveva lasciato un attimo prima, in un momento in cui tutti i progetti che aveva fatto andavano in fumo... Ma dovette sorridere lo stesso, una smorfia tragica, un aborto di sorriso, mentre avrebbe voluto urlare, abbattere una parete, uccidere qualcuno, scambiare il suo dolore e purificare la sua ferita. – Direttore, Breth Lewis era un grande musicista e anche un essere umano rarissimo, con lui se ne va un’avventura fondamentale nel grande sogno di un modo di essere, di vivere, sentire e suonare. Ma questo è un altro discorso... – Marco si guardò intorno con un’aria ancora più smarrita di prima e, per cercare di darsi un tono più disinvolto, accavallò le gambe e prese una sigaretta e l’accese. Il direttore, un uomo sulla cinquantina, capelli grigi, sguardo penetrante ed espressione disillusa, abituata a storie di tutti i tipi, aprì il cassetto della scrivania, ne prese una cartellina grigia e la porse a Marco. – Qui ci sono i dispacci d’agenzia riguardo alla notizia della morte di Breth Lewis. Ho pensato che lei potesse occuparsi di redigere un articolo sul musicista, visto che mi hanno detto che è un appassionato di jazz e Dorsi è ammalato. Mi fido di lei e si ricordi che questa è solo un’eccezione, lei rimane alla cronaca, intesi? Poi quando ha finito dia l’articolo al caporedattore. Marco prese la cartellina e spense la sigaretta, poi rispose: – Va bene, direttore, farò del mio meglio. Non si preoccupi, so che starò sempre alla cronaca, almeno finché rimarrò l’ultima ruota del carro. Comunque la ringrazio molto. Arrivederci direttore! – Arrivederci, Franceschi e buon lavoro! – il direttore prese in mano il telefono e fece un numero. Marco uscì dall’ufficio e dalla sede del giornale. Ora c’era il sole, prese la sua auto e s’inoltrò nel traffico cittadino. Una cassetta, Breth Lewis e Larry Watts, col quartetto pianoless del ‘52 Bernie’s Tune, ricordi e nostalgia californiana; poi My Funny Valentine e Giulia gli apparve come un ectoplasma sulle nuvole burrascose del passato. Ma era una questione di pelle, non era possibile dimenticare, nonostante gli anni, ed ora questo articolo che doveva scrivere lo avvicinava sempre più a quei fatti così dolorosi. Era inutile che lui dissimulasse, Giulia gli era rimasta nel sangue e non serviva più resistere, soprattutto ora che la morte di Breth gli faceva ritornare il passato, che poi era proprio passato? Cominciava a far sera, le auto eternamente incolonnate erano mostri moderni, contemporanee attese in metafisiche assenze, mentre Marco fumava nervosamente cercando di scacciare i fantasmi che non aveva evocato. Ma era solo e la sua lotta titanica contro il destino continua. Quando tornava a casa la sera, tutte le storie tristi e strane che raccoglieva per il suo lavoro restavano con lui, e nonostante tutto sapeva che avrebbe dovuto solo raccontare, obbiettivamente, senza intrusioni di sorta. Però era molto difficile non farsi travolgere da quell’umanità così pressante, così indifesa in un universo senza Dio, in quel mondo così inumano e crudele. Chi si ferma è perduto e chi è debole soccombe sotto il peso di quella corsa al massacro che chiamavano modernità, così la ricerca dell’autenticità poteva assumere forme autodistruttive. Breth e tutti gli altri angeli caduti lo avevano imparato benissimo a loro spese, ma non importava, essi avevano lasciato al mondo una purezza stratosferica e un’opera artistica notevolissima. Quante volte in momenti di disperazione erano serviti a qualcuno per riprendersi almeno un po’, per fermarsi e sognare i colori dell’infanzia, le mattinate vivide del passato e il calore di qualcuno che pensa a te con amore e protezione... È tutto sotto controllo, non c’’è bisogno di preoccuparsi, si può giocare alla vita, più bella e gratificante di quella vera, più vicina alla creatività della mente e dell’inconscio, un mare calmo dove farsi cullare dalle onde calde e vagare, vagare con il proprio corpo nell’energia cosmica della fusione col tutto, un Eden senza fine... Good-Bye... sweet past...

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