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Jure sotto la cenere

Pina Vecchioli

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ISBN: 978-88-7418-801-7

12,00 €

Lettere 217 | p. 89 | ed. maggio 2013

Un ricordo vivo, lungo più di cinquant’anni, regalato a chi vuole conoscere le proprie radici.

 In copertina: Un vecchio disegno della casa vista dal cortile

Nata e residente a Tornimparte (AQ) Pina Vecchioli insegna Storia dell’Arte al Liceo Artistico dell’Aquila ed esercita la professione di Architetto. Appassionata di storia, letteratura e poesia, si è dedicata alla scrittura spaziando dalla poesia, alla prosa sia in lingua che in vernacolo, alla critica d’arte. Per il Gruppo teatrale di Tornimparte che dirige dal 1990, ha scritto e sceneggiato opere rappresentate in varie località abruzzesi. 

Pubblicazioni: insieme ad altri studiosi, un’opera su Saturnino Gatti per la quale ha curato la parte critica dei dipinti; “Il colore del vento”, un libro di poesie per Bastogi Editore; per l’editore Japadre ha pubblicato “Lo sguardo dell’eterno” un romanzo storico Saturnino Gatti; vari articoli su riviste specializzate sull’arte del rinascimento e moderna. Ha collaborato col Coro di Tornimparte scrivendo testi di canzoni e di tre spettacoli con recite e canti: Canteremo la Santa Allegrezza; Laudi popolari della Passione e L’Avventura di un povero Cristiano tratto da Silone.

PRESENTAZIONE
di Maria Fusari

Quando ho letto il manoscritto che Pina Vecchioli mi ha mandato pregandomi di scrivere una presentazione, ho avuto qualche difficoltà. Se fosse stato un racconto a me estraneo, se fosse stato un saggio o una raccolta di fantastiche avventure, non avrei avuto problemi: si legge, si medita, si interpreta, si scrive… Invece no, scorrendo quelle righe io non vedevo il paese con gli occhi di Pina Vecchioli, ma con i miei e i suoi ricordi erano i miei perché, come lei, io l’ho vissuto, disperatamente amato, custodito come un tesoro ogni frammento per il quale Pina ha trovato un titolo che tutto sintetizza: “Jure sotto la cenere”, sembrano effimere le scintille del fuoco, cose da poco ma, sotto la cenere, sono vive e così basta cercare tra le pieghe dei ricordi e tutto appare di nuovo vero. La casa che crolla, la cantina che protegge, il camino che scalda, i lavori e la gente, le feste, il pane, la religione, tutto è esattamente così come lei ed io lo ricordiamo, ecco perché è difficile presentare, è più facile aggiungere, ricordare insieme. Il paese, per Pina Vecchioli, è “Il paese dell’anima” di Silone e Fontamara come la nostra terra, come la nostra gente. Passa la vita e passano le vite, passa la bella e la brutta stagione: andirivieni di rondini col volgere del tempo. Lo stesso tempo che ha diruto le case, che fa angusta, agli occhi dell’adulta, ciò che appariva grande alla bambina; il tempo dei ricordi che fa rivivere ciò che si credeva perso per sempre. Altro che “scintille sotto la cenere”, è un incendio, un amore senza confronti, solo chi è nato in quella disperatissima terra, impervia e superba, tra le sue montagne mai brulle, mai minacciose, sempre protettive, solo chi di quella terra ha ereditato la forza delle pietre e la tenerezza delle valli, i colori e i profumi, i suoni e i lunghi silenzi, può capire fino in fondo i sentimenti di Pina Vecchioli; sentimenti che sono testimonianze assolute di valori assoluti che vanno custoditi e tramandati. Nel custodire e nel tramandare sta la vera libertà, quella che, come la felicità, sta dentro di noi, nessuno può regalarcele mai e nessuno può togliercele mai, questo insegna il testo di Pina Vecchioli. Chi non guarda gli occhi e non coglie il sorriso di una bimba nel suo vestito di carnevale, qualunque esso sia, cercherà invano la sua libertà e la sua felicità; chi si vergogna del proprio passato e lo rimuove o cerca di relegarlo nell’oblio, avrà perso il senso della vita stessa, questo si legge tra le righe del testo, questo il mio personale ringraziamento. Maria Fusari

PREFAZIONE

Quando mio padre è venuto a mancare ho rivisto, come in un film, tutto il tempo che ho trascorso con lui, praticamente tutta la mia vita. Nel riavvolgere la bobina all’indietro, sono venuti fuori ricordi di fatti e parole che hanno avuto come scenario la nostra vecchia casa, i momenti lieti e quelli meno felici, la vita che trascorreva nel letargo di un tempo immoto. Perché scrivere di quei ricordi? A chi possono interessare? Oggi che viviamo in un presente senza ieri, mi è sembrato doveroso farlo; non sono passati secoli da quegli anni che ci ritagliavamo negli anfratti di una storia che nemmeno sapevamo esistesse, eppure a voler indagare tra i nostri figli, ciò che viene fuori del passato dei loro genitori e nonni, è una prospettiva lontana, fiabesca che termina sempre con “e vissero felici e contenti” perché affidata ad un tempo a loro sconosciuto; ciò che non si rifà reale almeno nei ricordi, si perde nel sogno e i sogni sono sogni come diceva Calderon de la Barca . Si fa subito ad identificarsi coi miti del presente televisivo, come immaginare un mondo che la televisione non l’aveva proprio? Allora mi sono detta che magari i miei pochissimi lettori, se giovani ed ignari delle cose di allora, sentono la curiosità di sapere e magari capire, e allora, perché non dare loro questa opportunità? Un mondo che è a loro del tutto estraneo, rappresenta pure la radice profonda del loro essere qui e ora e se è necessario cambiarlo, trascenderlo, svilupparlo e immaginare l’esistenza oltre il limite dei sogni dei giovani, tutto questo è impossibile da realizzare se non si poggia la fondazione sulla roccia che da riparo perché temprata da ciò che fu prima. Un popolo senza storia non è un popolo, è una massa di gente che, formata da singoli individui senza nulla che li leghi, vagano alla ricerca di un aiuto che non può arrivare da nessuna parte. In un mondo che si ritrova immerso in una grave crisi che penetra ogni aspetto della società, il sentimento comune è lo sconforto, la paura, la rassegnazione. E coloro che si ritrovarono nel bel mezzo di una guerra mondiale? E quelli che dovettero ricominciare da capo? Come fecero? Non c’era paura, c’era volontà, spirito di sacrificio, fede nella possibilità di farcela, ma loro erano forti, temprati dalla necessità di tutto e dal lavoro che tutto forniva. Conoscere il passato è acquisire anche un po’ di quella forza, è trovare il coraggio della perseveranza: si zappava col bidente perché era impossibile farlo con la zappa: non sarebbe mai entrata nella pietraia. Da quella pietraia veniva fuori quanto occorreva per vivere. Non ho mai sentito frasi del tipo: tanto che lo faccio a fare, è inutile; cosa che oggi si sente spesso dire soprattutto dai giovani, scoraggiati e avviliti, incapaci spesso di reagire alle avversità. Per questo ho voluto raccontare il mio mondo.

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