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Il linguaggio politico dell'Islam

Salvatore Severi

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ISBN: 978-88-7418-605-1

12,00 €

Territori 48 | p. 116 | ed. 2011

Oggi, chi scrive di Islam è costretto a proteggersi, a nascondere la propria identità, a rinunciare alle proprie libertà in violazione delle nostre stesse leggi e dello spirito europeo. A queste aggressioni la maggior parte di noi si rifiuta di reagire, rischiando di dimenticare, fino a perdere definitivamente, i valori sanciti dalle Carte Costituzionali europee. I processi che determinano l'evoluzione e il mutamento delle società umane, facendole scivolare verso scenari insospettati, sono difficili da cogliere nel breve periodo. Non avvertite dai contemporanei, queste sottili correnti agiscono sul tessuto sociale, demografico, istituzionale e culturale per interi decenni, se non per secoli. Dato che nulla traspare in superficie, l'apparente stabilità sociale e politica rassicura i popoli; ma intanto dalle crepe affiorano le forme del futuro.

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Salvatore Severi è nato a Cesena nel 1980. Appena diplomato, presso l'Istituto Tecnico Aeronautico di Forlì con 98/100, entra in Aeronautica Militare, quale Allievo Ufficiale. Continuerà, gli studi universitari presso la sede di Forlì dell'Università di Bologna, conseguendo, nel 2006, la Laurea Triennale in "Scienze Criminologiche" (109/110) e, nel 2008, la Laurea Specialistica (105/110). Nel 2009 consegue un Master in "Scienze Criminologiche, Investigative e della Sicurezza", presso l'Università Nicolò Cusano di Roma, discutendo la tesi: "Verso l'Islamizzazione dell'Europa?" ed ottenendo la votazione di 110 e Lode. Oggi è un giovane Capitano dei Fucilieri dell'Aria dell'Aeronautica Militare, con sede al 9° Stormo "F. Baracca".

Com’è nata l’idea di scrivere su una tematica così delicata ma attuale come quella che riguarda la religione islamica ed i rapporti che i Paesi islamici ed i musulmani hanno con il mondo occidentale ed in particolare con l’Europa?
Per chi, come la maggioranza degli occidentali, concepisce la religione come qualcosa che appartiene alla dimensione spirituale dell’esistenza, l’Islam appare un fenomeno nuovo e per certi versi incomprensibile. Per i musulmani l’Islam non è soltanto un sistema di fede e di culto, o per così dire una sfera dell’esistenza distinta da altre sfere. Esso indica piuttosto il complesso della vita e le sue norme comprendono elementi di diritto civile, di diritto penale e persino di quello che noi chiameremmo diritto costituzionale. Esso si propone, infatti, come din-dunya-dawla, ossia religione-società-stato, incorporando dimensioni private e pubbliche in una sola grande realtà. Attorno ad essa chiama a raccolta tutti i fedeli della umma, la “comunità” nella quale si riconosce un miliardo e duecento milioni di persone. Una comunità senza dubbio composita e articolata, che, tuttavia, presenta molti tratti comuni nell’approccio alla realtà e nei modelli di comportamento che propone. Lo scopo di questa dissertazione è, appunto, quello di studiare l’Islam per comprendere successivamente che cosa sta accadendo in Europa

A cosa si riferisce?

Mi riferisco alla lunga escalation di azioni criminalicon le quali la minaccia terroristica islamica ha iniziato a pesare sull’Occidente e sui Paesi islamici che con esso intendono dialogare. Al coinvolgimento di musulmani europei nelle file del jihad, il reclutamento dei terroristi, da parte di al-Qaida, tra gli studenti e gli ambienti borghesi d’Europa e la localizzazione dei centri di finanziamento degli stessi integralisti, accuratamente occultati e protetti, all’interno degli Stati dell’Unione Europea. Nell’Ottobre 2004, l’assassinio ad Amsterdam del regista Theo van Gogh, grande critico dell’Islam, che seguiva quello, avvenuto nel 2002, di Pym Fortuyn, politico noto per il suo orientamento anti-immigrazione, mostrava come sul suolo europeo fossero ben radicate pericolose forme di integralismo religioso. Le violenti reazioni in Europa e contro uomini, luoghi e simboli occidentali nei Paesi arabi, a seguito delle caricature di Maometto, pubblicate dal giornale danese “Jyllands-Posten”, nonché dopo la lezione magistrale del Papa, all’Università di Rogensburg, rendono esplicito che, il diritto alla sicurezza e alla libertà di espressione di cui gli europei hanno sempre goduto, è stato loro sottratto. Per non parlare dei numerosi casi di intolleranza mostrati dai musulmani presenti sul nostro territorio e, purtroppo, consultabili sulle pagine di cronaca locale, nei confronti degli stili di vita, nonché delle norme giuridiche del nostro Paese, in modo particolare in merito alla parità di trattamento tra uomini e donne.

Per quale motivo ha scelto di pubblicare sulla copertina l’immagine raffigurante numerosi musulmani genuflessi in preghiera davanti al duomo di Milano?

L'occupazione del sagrato della cattedrale di Milano e della chiesa di San Petronio a Bologna è stata ignorata da tutti. Eppure è un'azione dall'evidente valore simbolico. Per il devoto musulmano i luoghi, i segni, i simboli hanno un valore ben più profondo di quanto ne attribuiamo noi occidentali, ormai largamente secolarizzati. Questa è solo l’ennesima plateale conferma della perdita di identità dell’Europa. I musulmani agiscono in totale violazione delle leggi e dello spirito europeo. Anche in questa circostanza hanno bruciato bandiere israeliane, hanno manifestato con striscioni che equiparano la stella di David alla svastica nazista e poi hanno pregato rivolti verso la Mecca. Un atto di arroganza e perfino di violenza: a Milano i dimostranti, guidati dall’imam di viale Jenner, già condannato per terrorismo, sono arrivati di corsa, seminando paura, sgomberando di forza la piazza, occupandola senza alcun permesso e costringendo il Duomo a chiudere. Se un cristiano, ammesso che ce ne sia ancora qualcuno in circolazione, avesse voluto entrare nella cattedrale per pregare, o per partecipare alla messa, avrebbe dovuto rinunciarvi. La stessa cosa è successa a Bologna in piazza Maggiore, davanti a San Petronio.

Cosa intende per “dhimmitudine”?

Dhimmitudine è un neologismo, derivante dall'arabo dhimmi. Quest’ultimo termine spesso tradotto come "protetto", si riferisce allo status giuridico riconosciuto ai non musulmani, che vivono in un sistema politico governato daldiritto musulmano. Il termine è stato coniato nel 1982 dal leader libanese maronita Bachir Gemayel, per indicare i presunti tentativi, della leadership musulmana del Paese, di subordinare la popolazione cristiana. In un discorso del14 settembre di quell'anno pronunciato a Dayr al-Salib in Libano disse: «il Libano è la nostra patria e rimarrà una patria per i Cristiani [...] noi vogliamo continuare a battezzare, celebrare i nostri riti, seguire le nostre tradizioni, la nostra fede e il nostro credo ogni volta che lo desideriamo [...] per questo ci rifiutiamo di vivere sotto qualsiasi dhimmitudine!» Gemayel fu assassinato poco dopo.
E’ stato recentemente reintrodotto in Occidente dalla storica egiziana Bat Ye’or, riferendolo alla condizione di sottomissione/protezione degli europei all’interno dei loro Paesi, ottenuta cedendo la propria sovranità ai dominatori islamici. Esemplificando, nonostante i terroristi islamici abbiano invocato spesso il Corano e i loro testi religiosi per giustificare la guerra contro gli infedeli, l’Unione Europea ha spiegato il fenomeno ricorrendo all’ingiustizia e giustificandolo attraverso l’analisi delle sue cause profonde, per lo più imputabili alle società occidentali. A oggi, ogni tipo di minaccia per la civiltà occidentale è rifiutata dall’Europa, i cui Paesi, perseguendo espansioni economico-finanziarie, continuano con le politiche di appeasement. Questo atteggiamento, caratterizzato da pacificazioni ottenute a prezzo di concessioni, motivato da paura e avidità, nelle millenarie relazioni tra Islam e i non musulmani viene definito “dhimmitudine”.

Cosa auspica da parte dell’Europa o delle istituzioni europee?

La questione di come l’Europa saprà gestire i rapporti con i Paesi islamici e con la popolazione musulmana presente sul suolo europeo, è di fondamentale importanza. Di fronte a profonde diversità culturali, diverse visioni del mondo e della vita, il quesito di come sia possibile mantenere salda la democrazia è quanto mai attuale, considerando che sul suolo europeo vi sono circa venti milioni di musulmani. I Paesi arabi, in gran parte dittature che aderiscono alla Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, non condividono i valori fondamentali dell’Unione Europea e continuano a discriminare le minoranze religiose non musulmane nei propri territori; in questi Paesi l’animosità contro i non musulmani rappresenta una situazione normale ed endemica. Una politica che si basa su controsensi, seppur dotata di buone intenzioni, è condannata al fallimento. Infatti, è penosamente fallita nei territori palestinesi autonomi, dove i cristiani subiscono la Sharia, nonché in Libano e in Egitto dove le persecuzioni dei copti non accennano a diminuire. Nonostante questo, l’UE non ha smesso di moltiplicare e ingrandire le reti di associazioni con i Paesi arabi del Mediterraneo, nonché il suo sostegno finanziario alla loro economia; tutto questo avviene senza creare una vera e autentica relazione critica con tali Paesi, che potrebbe favorire le riforme. L’Europa deve far rispettare sul proprio territorio e promuovere nel mondo la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”; benché gli Stati musulmani, eccetto l’Arabia Saudita, l’abbiano sottoscritta, è rispettata solo quando non contraddice la “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo”, conforme alla Sharia. Proprio questa mancanza sta portando sul suolo europeo la diffusione di pratiche islamiche; in nome di un falso diritto alla differenza, oggi trasformato in diritto all’indifferenza, viene sancita anche sul suolo europeo la Sharia. 
Probabilmente, in nome di un quieto vivere la politica europea è sempre più indirizzata al politically correct, che in alcuni ambienti è definito islamically correct, in altre parole quell’atteggiamento volto a non urtare ad ogni costo la sensibilità della minoranza islamica, che oggi abita in Europa. Parte di quella minoranza, tuttavia, minaccia di morte e costringe all’esilio chi ha opinioni e valori differenti. Ormai la diversità d’opinione è assimilata alla bestemmia, l’informazione obiettiva è tacciata di razzismo, mentre la difesa dei valori greco-giudaico-cristiani e delle identità nazionali e culturali europee diventa xenofobia.
Credo che ogni lunga marcia comincia sempre con un piccolo passo, l’importante è che sia nella direzione giusta e soprattutto che chi l’intraprende sia preparato ad affrontare le difficoltà del percorso. Parafrasando Oriana Fallaci: “Europa, Sveglia!!!”

INTRODUZIONE

Il XXI secolo si è aperto con eventi di una crudeltà inaudita, mostrando al mondo nuove forme di intolleranza e violenza. L'attentato dell'11 Settembre 2001, negli Stati Uniti, è solo il primo di una lunga escalation di azioni criminali, con le quali la minaccia terroristica islamica ha iniziato a pesare sull'Occidente e sui Paesi islamici, che con esso intendevano dialogare.
L'atto terroristico di Madrid, dell'11 Marzo 2004, attuato ad opera di integralisti islamici marocchini e di altre nazionalità, residenti in Spagna, segnò l'inizio della diffusione del terrore anche in Europa. Avvenuto a tre giorni dalle elezioni politiche portò a conseguenze paradossali: la sostituzione del governo Aznar, forte alleato degli Usa, con quello Zapatero. Quest'ultimo, poi, ufficializzò il ritiro delle truppe spagnole dall'Iraq, prendendo le distanze dalla politica statunitense e regolarizzò 700.000 immigrati clandestini, provenienti principalmente dal Maghreb1, al fine di migliorare i rapporti con i Paesi arabi.
In questi anni, i giornali rivelavano il coinvolgimento di musulmani europei nelle file del jihad, il reclutamento dei terroristi, da parte di al-Qaida, tra gli studenti e gli ambienti borghesi d'Europa e la localizzazione dei centri di finanziamento degli stessi integralisti, accuratamente occultati e protetti, all'interno degli Stati dell'Unione Europea.
Tutto questo mentre folle deliranti percorrevano le città europee bruciando bandiere americane e israeliane, gridando la loro solidarietà a Saddam Hussein e ad Arafat.
Intanto, in Germania, da un sondaggio condotto tra giovani immigrati turchi, emergeva che per un terzo degli intervistati quella islamica avrebbe dovuto diventare ovunque la religione di stato; il 56% di loro dichiarava che non voleva adattarsi ai costumi occidentali e che riteneva più giusto vivere secondo l'Islam. Oltre un terzo si era detto pronto a usare la violenza contro i non musulmani, se ciò poteva giovare alla comunità islamica, e almeno il 40% pensava che il sionismo, l'Unione Europea e gli Stati Uniti costituivano una minaccia per il mondo islamico.2
Nell'Ottobre 2004, l'assassinio ad Amsterdam del regista Theo van Gogh, grande critico dell'Islam, che seguiva quello, avvenuto nel 2002, di Pym Fortuyn, politico noto per il suo orientamento antiimmigrazione, mostrava come sul suolo europeo fossero ben radicate pericolose forme di integralismo religioso. 
Le violenti reazioni in Europa e contro uomini, luoghi e simboli occidentali nei Paesi arabi, a seguito delle caricature di Maometto, pubblicate dal giornale danese "Jyllands-Posten", dell'esibizione di una T-shirt con una vignetta satirica dell'Islam, da parte del Ministro italiano Calderoli, nonché dopo la lezione magistrale del Papa, all'Università di Rogensburg, rendevano esplicito che, il diritto alla sicurezza e alla libertà di espressione di cui gli europei avevano sempre goduto, era stato loro sottratto e sostituito da altre leggi non ufficiali.
Lo scopo di questa dissertazione è, appunto, quello di comprendere che cosa sta accadendo, attraverso un'attenta analisi dell'Islam e del suo linguaggio politico. Per chi, come la maggioranza degli occidentali, concepisce la religione come qualcosa che appartiene alla dimensione spirituale dell'esistenza, l'Islam appare un fenomeno nuovo e per certi versi incomprensibile. Esso si propone, infatti, come din-dunya-dawla, ossia religione-società-Stato, incorporando dimensioni private e pubbliche in una sola grande realtà. Attorno ad essa chiama a raccolta tutti i fedeli della umma, la "comunità" nella quale si riconosce un miliardo e 200 milioni di persone. Una realtà senza dubbio composita e articolata, che, tuttavia, presenta molti tratti comuni, non solo dal punto di vista rituale, ma anche nell'approccio alla realtà e nei modelli di comportamento che propone.

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