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La Decima MAS in Friuli. Il processo a Remigio Rebez

Flavio Rovere

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ISBN: 978-88-7418-601-3

14,00 €

Territori 23 | p.216 | ed. 2011

L'armistizio, l'occupazione, la lotta fratricida, la tortura, la libertà. A oltre 65 anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, le vicende del sergente triestino della Decima M.A.S. Remigio Rebez ripercorrono una delle pagine più sofferte della storia italiana, mettendo in luce ancora una volta le atrocità commesse dalle autorità dell'allora RSI ai danni dei cosiddetti "banditi" partigiani e dell'intera popolazione civile durante l'occupazione nazista delle province orientali. La violenza, le torture, gli insulti, le percosse, le esecuzioni sono riportate a galla con dovizia di particolari dalle vittime della famosa "banda Ruggiero", la squadraccia della Milizia Difesa Territoriale che terrorizzò l'intera "bassa friulana" nel biennio 1944-'45, in cui il marò degli N.P. fu uno dei più zelanti poliziotti grazie ai suoi metodi brutali ed al grilletto facile che da sempre ne caratterizzarono l'operato. Colto dall'armistizio mentre si trovava a Roma con i compagni della Decima, Rebez riparò nella sua terra natale, Muggia, arruolandosi in seguito nel riorganizzato battaglione dei Nuotatori Paracadutisti. Giunto a Palmanova, il sergente triestino rimase vittima di un attentato partigiano e da lì iniziò la sua fine opera di caccia all'avversario politico, mettendo in campo ogni mezzo a sua disposizione per distruggere la Resistenza grazie all'aiuto dei camerati tedeschi. Una storia come tante nell'Italia martoriata dalla guerra per una nazione che, a distanza di 65 anni dalla conclusione del conflitto, fatica ancora a fare con obiettività i conti con il proprio passato. 

Flavio Rovere si è laureato in Storia Contemporanea presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Udine, interessandosi al difficile periodo passato dalle popolazioni della bassa pianura friulana durante l'occupazione nazista delle province orientali, attraverso
l'esame dei numerosi documenti presenti all'interno dell'Archivio di Stato di Udine, presso la sede A.N.P.I. ed all'interno dell'Istituto friulano per la Storia del Movimento di Liberazione presenti nel capoluogo provinciale. Attualmente lavora in provincia di Udine.

Prima di addentrarci all’interno del suo libro, vorremmo sapere qualche cosa in più di Lei. Ci parli un po’ della sua di storia.
Di me non c’è molto da sapere. Sono un ragazzo come tanti che vive in un paese della campagna friulana a pochi chilometri da Udine: Mereto di Tomba. Terminati gli studi superiori col diploma secondario conseguito presso l’Istituto Tecnico Commerciale “A. Zanon”, con il sostegno della mia famiglia decisi di iscrivermi all’Università del capoluogo friulano, facoltà di Economia e Commercio. Se devo essere sincero l’esperienza non fu di certo esaltante e, dopo un anno, preferii cambiare. Sono sempre stato un appassionato di storia e quindi non fu difficile capire quale sarebbe stata l’alternativa: Lettere e Filosofia. Da qui la Laurea conseguita con tesi in Storia Contemporanea ed il lavoro. Dimenticavo: oltre alla lettura soprattutto di saggistica storica ed alla scrittura, mi diletto a dare anche quattro calci al pallone con una squadra del circondario.

Come mai ha deciso di scrivere la Sua tesi su di un personaggio così controverso e per certi versi misterioso?
Se devo essere sincero la storia del Novecento è sempre stata il mio punto di riferimento, ciò che da sempre ha stimolato la mia curiosità. In particolare il fascismo, il nazismo e le due guerre mondiali mi hanno da sempre affascinato. Terminati gli esami del corso, mi arrovellai non poco su quale argomento trattare per la mia tesi di laurea. Un libro regalatomi dalla mia fidanzata, Il Fascismo di Stanley G. Payne, fu d’ispirazione per scegliere un particolare periodo della storia italiana. Volevo saperne di più sui combattenti della RSI, su come durante la guerra scelsero di stare dalla parte “sbagliata” della barricata. Il professor Ferrari, che fece da correlatore alla tesi, mi suggerì di chiedere all’Istituto Friulano per la storia del movimento di Liberazione, ente associato all’Università di Udine, qualche libro e documento su un soldato triestino della Decima Mas che aveva operato in Friuli durante i terribili mesi della Repubblica Sociale. Da qui poi nacque il mio lavoro.

Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate durante la stesura dello scritto?
Se devo essere sincero, molte. Non e’ mai facile scrivere un libro, figurarsi uno storico, in cui ogni affermazione deve in qualche modo essere correlata da una nota che ne verifichi l’attendibilità. Alle volte non ci si sofferma molto a pensare su quanto un autore debba valutare esattamente le proprie conoscenze rapportandole a quanto già scritto e studiato su di un determinato argomento. E’ un lavoro impegnativo, soprattutto per chi è molto pignolo come lo sono io, ma che alla fine garantisce una grande soddisfazione per quanto si impari di nuovo costantemente. Lavorare all’interno degli archivi di Udine e Trieste è stata poi un’esperienza davvero affascinante.

Qual è il messaggio che con questo libro vorrebbe in qualche modo far arrivare ai suoi potenziali lettori?
Che in qualche modo non si facciano imporre una verità fittizia dai mass media, ma che ricerchino sempre la loro verità, cercando, leggendo, informandosi attraverso canali alternativi. La storia ed il passato, se studiati ed immagazzinati, ci aiutano a capire tante situazioni, ci mettono nella condizione di poter discernere il vero dal falso, di capire i processi che si svolgono attorno a noi. Anche a me è successo lo stesso. Ad esempio, sulla RSI e su Porzus per anni ho immagazzinato quanto mi veniva propinato dai mass media ma, una volta svolte le mie ricerche negli archivi e capiti, almeno in parte, i processi che le caratterizzarono, ho potuto farmi un’idea di quello che successe. Giusta o sbagliata che sia questo sarà il tempo a dirlo. Ma nel frattempo so chi, nel raccontare certe vicende, cerca di strumentalizzarle oppure meno.

Per il suo futuro che cosa spera? Ha qualche idea in particolare?
Mi piacerebbe molto poter ricostruire interamente la storia del personaggio di cui ho trattato. E, perché no, anche della maggior parte dei personaggi nominati. Non disdegnerei inoltre la possibilità di ripercorrere le orme di qualche altra “banda” che operò in Friuli Venezia Giulia durante la seconda guerra mondiale. Ci sono ancora molte lacune infatti su queste formazioni e pochi sono i volumi che ne ripercorrono le gesta. Spero che tutto questo un giorno possa servire per poter rendere più completa la nostra storia.

Il "confine orientale" e la storia dei "ragazzi di Salò" sono stati al centro del dibattito politico e storico del nostro paese negli ultimi decenni; le foibe, il "vento del nord" e la vendetta partigiana che colpì molti sconosciuti fascisti o pseudo fascisti alla fine del conflitto sono stati il fulcro, legittimamente, di un'interessante riflessione che ha dissipato numerosi dubbi e lacune sedimentatesi nel tempo. Solo da pochi anni, ad esempio, la storiografia ha iniziato ad occuparsi "scientificamente" ed organicamente dei reparti della Repubblica Sociale che hanno partecipato alla guerra civile. La storia è, come qualsiasi fenomeno umano, mutevole e per questo suscettibile di revisione e cambiamento, a patto che essa non venga stravolta nelle sue linee generali. 
Nel nordest, principale area protagonista delle vicende narrate in questo libro, così come accade indubbiamente in molte aree del nostro paese, resistono ancora delle ferite difficilmente rimarginabili, figlie di una stagione bellica che ha segnato notevolmente le coscienze e gli spiriti di chi l'ha vissuta, nonché dei figli dei reduci o delle vittime.
Chiunque si soffermasse nella lettura di un quotidiano locale avrebbe la possibilità di ripercorrere, attraverso le lettere pubblicate in diverse circostanze, un po' di storia del luogo incentrata principalmente su due nomi: Decima M.A.S. e Porzûs. Conosciuti o meno, questi due termini sono legati indissolubilmente a Junio Valerio Borghese, famoso comandante della Decima, e all'"Osoppo", le famose brigate partigiane cattolico-azioniste friulane di cui fecero parte i martiri di Porzûs. Decima M.A.S. e Porzûs, una formazione militare ed un luogo che in seguito fecero la storia segreta della Prima Repubblica nata dalle ceneri della guerra.
La RSI è stata la culla del doppio stato che ne scaturì e numerosi sono i contributi di rispettabili studiosi italiani e stranieri che ne hanno indagato i famosi 600 giorni di vita: da Collotti a Ganapini, passando per Lepre, Deakin, Klinkhammer, Bertoldi, Bocca, fino agli annali della Fondazione Micheletti di Brescia in cui molti documenti rievocano quel buio periodo di guerra e di occupazione. Innumerevoli sono, inoltre, gli studi ed i documenti raccolti dai due enti regionali del Friuli Venezia Giulia preposti alla memoria storica della Resistenza, l'Istituto Regionale per la storia del Movimento di Liberazione di Trieste ed il suo omologo Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine associato all'A.N.P.I. cittadino, sulla questione del confine orientale durante la seconda guerra mondiale e dei suoi principali protagonisti. 
La tesi da cui prende spunto questo libro, discussa presso la facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Udine con i professori Paolo Ferrari ed Umberto Sereni, narra le vicende di uno dei personaggi principali della lotta alla Resistenza messa in atto dai nazifascisti in Friuli sul finire del 1944: il sergente della Decima M.A.S. Remigio Rebez. Il paracadutista triestino fu lasciato dal suo reparto nella bassa friulana e venne assoldato da una compagnia della Milizia Difesa Territoriale posta sotto il comando della polizia nazista, adibita al mantenimento dell'ordine pubblico ed alla polizia militare nella zona di Palmanova, famosa città fortificata di origine veneziana situata al centro della pianura friulana. 
Le circostanze ripercorse utilizzano come principali fonti documentali gli incartamenti custoditi presso l'Archivio di Stato di Udine, relativi al processo avvenuto nel dopoguerra contro i soldati della compagnia, e le numerose testimonianze della memorialistica resistenziale custodita presso l'Istituto friulano per la storia del Movimento di Liberazione. Il quadro generale dipinto dalle fonti esaminate descrive una situazione drammatica.
La dominazione nazista sulle province del nordest fu pesante: il reclutamento della forza lavoro nelle opere di fortificazione e di costruzione, le retate poliziesche contro partigiani ed ebrei, i campi di internamento per "slavi" a Gonars e a Visco ereditati dal governo fascista e funzionali fino al settembre 1943, la Risiera di San Sabba ed il suo forno crematorio, l'afflusso di brigate serbe, croate, slovene, bosniache, russe, centroasiatiche, spagnole richiamate sul territorio dai gerarchi tedeschi, l'arrendevolezza dei comandi militari della RSI, l'asservimento di numerosi italiani prostrati al servizio volontario o obbligatorio alla causa nazista fecero del Friuli e della Venezia Giulia una specie di piccola terra di sperimentazione diretta della futura dominazione nazista in Occidente.
I tedeschi si ritrovarono schiacciati da est dopo la disfatta di Stalingrado nel '42 - '43 e da sud in seguito all'invasione del "ventre molle" italiano nel luglio '43. Una lenta ma inesorabile risalita alleata li costrinse a resistere nel Nord Italia, ricostituendovi un governo collaborazionista neofascista che permettesse l'opera di sfruttamento sistematico messa in atto nei successivi due anni sul territorio settentrionale della penisola. Il Nordest cadde sotto la dominazione diretta dei gerarchi nazisti, che lo sottrassero all'amministrazione repubblicana facendone, di fatto, la via diretta per la strategica ritirata verso la Germania. Lo sbarco in Normandia e quello in Provenza del giugno - agosto '44, nonostante avessero dato il via ad una forte emorragia di truppe alleate dal fronte secondario italiano, stritolarono il Reich in una morsa ancor più dirompente costringendo i tedeschi ad una serrata battaglia che scongiurasse l'invasione del suolo patrio.
In questa situazione il confine orientale italiano divenne strategico in quanto punto di congiunzione fra Balcani, Italia ed il loro confine meridionale: il passo del Brennero e i valichi di Tarvisio, con le loro ferrovie, divennero arterie principali del possibile reflusso verso le terre tedesche, al fine di provare l'ultima resistenza possibile. Ed è proprio in questa piccola fetta di terra, minacciata di sbarco alleato secondo le intenzioni di Churchill, che le vie di comunicazione quali strade e ferrovie, le infrastrutture quali telefoni, elettricità, porti, depositi di carburante, piste di aviazione divennero di vitale importanza per la prosecuzione del conflitto. Tutto doveva servire per la grande causa millenaria del Terzo Reich, ed il Friuli divenne il retro del fronte di battaglia dove la pullulante resistenza delle brigate partigiane doveva essere soffocata in ogni modo e a qualunque costo. Oltre alla Wehrmacht, alle SS e alla loro opera di polizia, le forze fasciste sorte con la RSI furono utilizzate principalmente per fare il cosiddetto lavoro sporco: lo spionaggio e la cattura, nonché l'esecuzione dei ribelli.

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