Tombaroli per caso in terra etrusca Vedi a schermo intero

Tombaroli per caso in terra etrusca

Vittorio Di Berardino. A cura di Giancarlo Scala

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ISBN: 978-88-7418-792-8

13,00 €

Lettere 221 | p.141 | agosto 2012

Non era raro, negli anni cinquanta, nelle campagne di Cerveteri, che l'aratro, trainato dal trattore, sprofondasse in una cavità sotterranea, danneggiandosi irrimediabilmente. Sarebbe stato un dramma per qualunque contadino, ma non per i personaggi di questi racconti. Occultata la buca che ha svelato la presenza di una tomba etrusca, vi torneranno con il favore delle tenebre, ed esploreranno misteriosi ambienti alla luce di una lampada ad acetilene o di qualche candela, alla ricerca di preziosi reperti. Tombaroli si diventa, e questi improvvisati archeologi metteranno a punto "ordigni" geniali e affineranno tecniche infallibili, per riportare alla luce sepolcri altrimenti destinati a rimanere celati per sempre. Una serie di vicende in parte vere vedono personaggi, divenuti leggendari a Cerveteri, protagonisti di scavi più o meno fortunati, di vendite incaute a scaltri ricettatori, di truffe sapientemente architettate, di fughe precipitose. Personaggi indimenticabili, come Fargetta, perennemente ubriaco, il "Marchiciano", dalla disarmante dabbenaggine, Ugo, che fuggiva alla calura estiva dormendo su di un platano, Francesco, che trovò un tesoro sul margine della provinciale. Sullo sfondo, il popolo etrusco, giunto miracolosamente in soccorso di contadini ed artigiani che conducevano una vita di stenti, ma non si davano per vinti.

Vittorio Di Berardino, settantadue anni, nato a Cerveteri, ha scoperto il suo talento di poeta in tempi recenti. Ha fatto stampare un libricino di poesie dal titolo, emblematico, "E con parole mie". Ha tentato, quindi, una nuova avventura letteraria, questa volta in prosa, con i racconti qui proposti. Attento osservatore del mondo, Vittorio Di Berardino ha ccumulato, in oltre sette decadi, larga esperienza di vita ed acquisito, da autodidatta, il modo di narrarne, con efficacia ed immediatezza gli aspetti più significativi. Il suo principale intento è la salvaguardia del patrimonio culturale ed artistico della sua città.

Giancarlo Scala, sessantatre anni, nato a Napoli, ma residente a Roma, ha insegnato Lettere e Filosofia per un quinquennio, prima di intraprendere l'attività di libraio. Solo in tempi recenti si è dedicato alla scrittura, portando a termine tre romanzi (Vicolo B, Il fiore nero, Cronache d'antropofagia) ed un saggio storico-politico (Politica e antipolitica. Un precedente: il Partito Operaio Italiano, 1882-1886). Perennemente teso verso il passato, alla ricerca ed al recupero di memorie ed emozioni perdute, non poteva non accettare con entusiasmo la partecipazione ad un'impresa come quella tentata dall'amico Vittorio.

Ho cominciato la mia avventura letteraria scrivendo poesie in vernacolare, così, quasi per gioco, forse per una mia predisposizione, certamente per la mia difficoltà nello scrivere in perfetto italiano. Poi ho continuato, incoraggiato, fra poche luci e molte ombre, questa mia nuova "disciplina" di scrittura in rima, fino a completare un libricino di modesto contenuto culturale ed artistico, senza grandi squilli, ma pieno di vita vissuta: storie che ricordano fatti e personaggi del mio paese, con una vena ironica e scanzonata. Fatti e personaggi, dunque, descritti… "con parole mie", che - non per caso - è proprio il titolo del libricino. Perché con parole mie? Innanzitutto, perché ognuno di noi ha le sue, di parole, quelle più amate, o più odiate, che lo hanno accompagnato nei momenti belli, ma anche in quelli tristi della sua vita. Ed ognuno di noi se le porta dietro, nel corso degli anni, come un piccolo tesoro, ma sempre diverso, da persona a persona; fate raccontare la stessa storia a dieci persone: ne avrete dieci storie, nessuna uguale all'altra, ognuna narrata con parole diverse. Parole mie, poi, perché, per chi, come me, non ha padronanza della lingua colta, le parole sono quelle che si usano tutti i giorni, vivendo, lavorando, dialogando, narrando. Ed il dialetto ci aiuta, quando ci improvvisiamo poeti o narratori, perché, rispetto alla lingua pura, è più immediato, più vivo, più colorito, più nostro. Il mio vocabolario sono la mia gente, il mio paese, il mio rione: da lì, e da dentro di me, vengono le parole mie. Ogni tanto riprendo in mano quel libricino, lo apro a caso, e rileggo qualche poesia, in quei pochi momenti di pausa che la vita frenetica di oggi ci concede. Tra esse, alcune ancora oggi riescono a commuovermi profondamente: sono quelle che ricordano le vicende di alcune persone che hanno lasciato un'eco, una traccia di memoria incancellabile di quella Cerveteri che ormai non c'è più, e che tanto mi manca. Quella Cerveteri povera, semplice, ma estremamente umana e generosa; la Cerveteri che si distingueva per l'unità di intenti nel preservare e difendere le nostre tradizioni, il nostro paese, nel quale siamo nati e cresciuti. Ho nostalgia di quegli inverni freddi e lunghi, quando nei vicoli e nelle piccole piazze si sentiva l'odore di cucinato che si diffondeva nell'aria, quando Cerveteri entrava nel pugno di una mano; quando, da ragazzini, si giocava in strada a moscacieca, a nascondino, a ruba bandiera, a quelle indimenticabili ed interminabili partite di pallone, fatto di stracci stretti da elastici. eravamo felici, e non ce ne accorgevamo. Quelle feste religiose, il Natale, i dolci fatti in casa, la letizia che infondevano quegli eventi, l'ingenuità dell'Epifania, quando si restava svegli tutta la notte ad aspettare ciò che non è arrivato mai. Quella Cerveteri nella quale potevi chiedere alla signora della porta accanto un po' di zucchero, un po' di latte, un uovo, quando si partecipava intensamente e sinceramente al dolore di un lutto altrui come se fosse il proprio, quando facevamo nostre le difficoltà e le necessità di una famiglia disagiata. La Cerveteri nella quale, nelle sere d'estate, per cercare refrigerio dalla calura, portavamo le sedie nei vicoli, nei borghi, per raccontarci a vicenda i nostri problemi, le nostre difficoltà; la Cerveteri nella quale si potevano lasciare, di notte, le chiavi fuori delle porte. La nuova Cerveteri non mi piace più, non m'appartiene, non è più cosa mia: troppo convulsa, indisciplinata, sporca, sovraffollata. Che ne è dei Cerveterani di una volta? E cos'è rimasto di ciò che rendeva Cerveteri unica, diversa dalle altre cittadine? Per ricordarcene dobbiamo andare a rintanarci alla Boccetta, facendo finta che Cerveteri sia tutta lì? Non è che io non ami i forestieri; al contrario, vorremmo tutti che si trovassero a loro agio, qui: abbiamo una tradizione millenaria di ospitalità da rispettare. No, non è questo; è che sento una nostalgia struggente per quella cittadina che aveva un'anima: la potevi riconoscere tra mille, troppo piccola per essere città, troppo grande per essere paese. Una cittadina che vantava un passato d'arte e di gloria, e che aspirava a mostrarlo a tutti, ad esibire i suoi tesori. Ma oggi, quando si visitano le necropoli o il Museo, si posa il proprio sguardo su reliquie, su oggetti morti, anche se riportati alla luce, come se nessuno di essi rappresentasse più una parte dell'anima dei Cerveterani. E' questo che più mi dispiace: che quell'anima stia diventando un cimelio, e che sulla vecchia cittadina si stia edificando una città nuova, brutta, disordinata, sgraziata, senz'anima. Non mi piace la Cerveteri appiattita e menefreghista, che appena fa notte si chiude in casa, lasciando l'antico borgo in balìa di giovani vandali, che bivaccano lì fino all'alba, incuranti dei racconti che quelle pietre ancora ci sussurrano, se solo prestiamo loro ascolto. Non mi piace la Cerveteri che ha perso la sua millenaria identità, che non trova la coesione necessaria per valorizzare le enormi potenzialità artistiche, paesaggistiche e culturali che ci circondano; abbiamo un tesoro sotto i nostri piedi e ce ne siamo dimenticati, lasciando il paese nel limbo della mediocrità. Qualcuno mi dice che, nel nostro piccolo, rappresentiamo a perfezione l'Italia intera: ma questo, anziché consolarmi, mi scoraggia ancor di più. Ma, nonostante tutto, amo il mio paese come pochi: non è adulazione, né semplice nostalgia di un tempo e di un'età che non ci sono più, ma amore vero, che resiste a tutto: quando parliamo il nostro dialetto, molti ci deridono come appartenenti ad una comica sottocultura, senza rendersi conto che essa in realtà è il retaggio di un'antica civiltà, di gran lunga preferibile all'attuale, e che, sbeffeggiandoci, offendono i nostri padri e la terra che li ospita.

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