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L'enigma dei Frari

Caterina Capalbo

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ISBN: 978-88-7418-771-3

12,00 €

Lettere 201 | p. 194 | ed. 2012

In un futuro violento e insensato, Nina, studiosa di Caravaggio, e don Carlo, parroco della basilica dei Frari, si ritrovano dopo anni a Venezia nel naufragio di un'Italia allo sbando, definitivamente divisa in due. Governi e politici corrotti sperperano la ricchezza più grande del Paese a vantaggio di potenze straniere, come Russia e Cina. Due Stati e due capitali: Milano e Roma.
Due poteri: la finanza e la mafia. Nella città lagunare ridotta a un souvenir si minaccia di distruggere l'Assunta di Tiziano per rapire, come una principessa medievale, una statua destinata al potente ministro cinese della Cultura, Xao Chan-su. Lungo la Penisola, nello scenario di abbazie e conventi quasi abbandonati, avvengono fatti cruenti e razzìe.
Solo col ritrovamento all'interno del sacrario di Antonio Canova, ai Frari, del testamento del grande scultore assieme a quello di Napoleone Bonaparte stilato in extremis a Sant'Elena, emerge la possibilità di restituire a Roma un ingente tesoro che potrà forse contribuire a invertire il corso della Storia.

http://www.filidaquilone.it/num028testi.html

capalbomin

Caterina Capalbo vive e lavora a Roma, dove insegna Storia dell'arte al liceo classico Giulio Cesare.
Svolge attività di critico d'arte e di promozione di progetti educativi e culturali.

Cap. I


A Venezia
La basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari era in pericolo: questo era stato detto per telefono a don Carlo con una perentoria comunicazione che non aveva lasciato dubbi. "Alle diciotto e zero due", era l'ordine impartito da una voce sconosciuta. Dalle parole usate e dal modo in cui erano state pronunciate non pareva uno scherzo o una stupida provocazione, ma una minaccia seria fatta da gente decisa. 
"Questo è dunque il baratro dove stiamo precipitando? L'inferno spalanca le porte e libera i suoi vermi. Un fosco futuro di malvagità appare all'orizzonte: trema e impallidisce la laguna" pensava il parroco davanti al portale della sua chiesa nell'aria ferma e dolciastra del pomeriggio. Scuro nello sguardo e pallido come un cencio cercava di mantenere il controllo nonostante si sentisse precipitare nella paura da cui era fuggito tanto tempo fa. Era il giorno dopo di un torrido ferragosto nell'ora in cui di solito meditava sul commento ai salmi di sant'Agostino e, invece, era lì nell'attesa di un misterioso contatto. 
Non riuscì a sfuggire al saluto dei mendicanti abituali con cui scambiava sempre due chiacchiere e, osservando i gruppi di turisti intorno al sagrato, si sarebbe mimetizzato volentieri tra loro. Voleva dileguarsi, sparire pavidamente alla vista di chiunque tanto si sentiva schiacciato da quella sfida. Si sentiva un morto appena resuscitato come Lazzaro, col corpo gelido incapace di rianimarsi mentre il cuore gli martellava in petto vivo e stracolmo di rabbia. Da siciliano sapeva, purtroppo, quando si faceva sul serio. Con chi doveva misurarsi? Era la mafia? Che cos'era la mafia adesso, dopo trent'anni? Diede un rapido sguardo al suo vecchio Rolex: le diciotto e dodici. Erano in ritardo, i maledetti. Il giorno prima, alla stessa ora, celebrava la messa sotto l'altare dell'Assunta e pensava a mamma Concetta che festeggiava i settant'anni a Cefalù, il suo paese. Avrebbe dovuto starle accanto. 
"Maria Santissima, vigila su di lei!" pensò mentre nel cuore si dilatavano i ricordi di una Sicilia lontana, intensa e perduta: il matrimonio mancato, la vocazione.
Diciotto e ventuno: ancora nulla. Il messaggio al telefono parlava chiaro: "Qualcuno ti darà gli ordini: devi solo aspettare". E chi fosse quel qualcuno era tutto da capire. Doveva cedere al ricatto, non aveva scelta. Era una pedina del malaffare dentro la casa di Dio. Per smaltire il nervoso e spegnere la sete entrò nel caffè all'angolo e intercettò lo sguardo appassito della signora Luana che lo apostrofò da dietro il bancone:
"Agosto a Venezia è una tortura infernale. E non posso andare in ferie. Don Carlo, puoi pregare perché arrivi un po' di fresco?" fece lei supplichevole.
"Come se nostro Signore avesse tempo di ascoltarmi, con tutto il da fare che ha. Comunque pregherò che cambi l'aria di scirocco e porti sollievo alle anime sante di questa calle. Lavori troppo, goditi di più i nipoti. Li ho visti domenica scorsa alla messa, col papà".
"Hai ragione, riguardati anche tu. Ti vedo giù di tono, affaticato… Ti xe preoccupà?".
"Comincio a farmi vecchio" rispose dando qualche rapido sorso alla sua coca-cola e lasciò il bicchiere vuoto sul bancone.
"Con tutto il rispetto, ti xe bel! Te someia all'atòr… quello famoso, americàn… oddìo, come se ciama? Don Carlo, perdona… ma ghe semo tutte 'namorade de ti. Nei toi confronti i altri i someia dei colion" fu esplicita la donna.
"Luana, che Dio ti perdoni!" commentò uscendo il prete. 
Tornò rapido verso il portale, come se volesse in qualche modo rassicurare chi di sicuro lo teneva d'occhio di essersi allontanato solo per un momento. Allungando il passo prese a stropicciare lo scontrino del bar fra le dita fino a ridurlo a una pallina morbida imbevuta del suo sudore che ripose meccanicamente in una tasca. Era piccola come un grano di rosario. Poteva recitarci un altro "Gloria al Padre e salvaci dal fuoco dell'inferno". Sollevò ancora il polso sinistro per guardare l'orologio: le diciotto e quaranta. Non c'erano dubbi, qualcuno si stava prendendo gioco di lui e del suo passato. Strinse nel palmo della mano il crocefisso del rosario fino a sentirne le estremità conficcate nella carne. Ripeté più forte la stretta come per acquistare coraggio e avvertì, questa volta, il tocco di un oggetto liscio, piatto e sottile. Al tatto, riconobbe la forma di una chiavetta usb. Diciotto, quaranta minuti e quindici secondi: il contatto era nella tasca del rosario. Chiedersi chi e come gli aveva fatto la consegna non serviva. Gente esperta, quella!

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