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L'aureola

Isabella Portera

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ISBN: 978-88-7418-767-6

12,00 €

Lettere 202 | p.108 | ed. luglio 2012

Cosa sono quelle luci gialle che la protagonista vede ormai da giorni? E perchè vanno a posarsi sulla testa di ignare persone?
In una estate calda e afosa, attraverso città deserte e assolate, in un viaggio faticoso e denso di incognite, la protagonista compirà un percorso non solo geografico ma anche interiore che la porterà a scoprire una parte di sé che ignorava e che potrebbe aiutarla a chiarire il mistero delle strane luci gialle. Un percorso che le farà comprendere con realismo e crudezza come le dinamiche familiari a volte nascondano solo sopraffazione, violenza e desiderio di dominio e come l'amore con queste premesse
stenti a farsi strada e a trovare una realizzazione equilibrata.

Nata a Roma, laureata all'Università La Sapienza di Roma nel 1984 in Lingue e letterature straniere moderne, si è sempre interessata di letteratura, poesia e teatro. Insegna inglese in un liceo scientifico della capitale e ha approfondito gli studi filologici e linguistici partecipando a diversi stages di formazione post-universitaria. 
E' alla sua seconda esperienza letteraria.

Capitolo primo 

Quel giorno Sara, di buon mattino, si era recata dal fotografo: doveva fare al più presto delle foto-tessera da consegnare alla biblioteca dell'università in cui lavorava, per completare il fascicolo del proprio curriculum. La giovane figlia del fotografo, senza perdere tempo, si era messa subito al lavoro e aveva cominciato a farle degli scatti ma Sara non era in vena quel giorno; non riusciva ad assumere alcuna posa naturale e pertanto aveva sempre la medesima espressione: occhi sbarrati, labbra serrate, fronte aggrottata. La ragazza aveva proseguito pazientemente a fotografarla anche perché aveva scoperto che Sara era stata la professoressa di liceo di entrambi i suoi fratelli e allora, un po' per rispetto, un po' per soggezione, aveva insistito nella speranza di realizzare qualche immagine accettabile. 
Alla fine aveva optato per un paio di esse nelle quali la donna si sforzava di accennare un debole sorriso e sembrava avere un'espressione meno infelice. Mentre la ragazza sistemava e stampava le foto, Sara si accorse che nel computer c'era un archivio contenente una grande quantità di immagini e, guardandole pigramente, scoprì con un senso di gelo che le proprie erano state inserite per sbaglio nella cartella dei necrologi insieme a quelle di uomini, donne, bambini e giovani da poco scomparsi; scorse velocemente le date di nascita e di morte che accompagnavano quei volti sconosciuti e fu colta da un muto sconforto. Pensò che quando quelle foto erano state scattate nessuno dei protagonisti avrebbe mai nemmeno lontanamente immaginato che sarebbero divenute in futuro le loro effigi di morte: quei visi, quei sorrisi, quegli occhi sarebbero divenuti, loro malgrado, mere immagini da guardare e dietro le quali immaginare una vita; si consolò pensando che anche nel caso dei vivi, ogni foto, in fondo, rimanda a trascorsi ignoti e a volte ci si chiede, guardandole, che cosa nascondano in realtà quei visi ridenti o seri, quali pensieri abbiano attraversato le loro menti in quegli attimi ormai passati. Era immersa in quelle riflessioni, quando la ragazza le consegnò le foto dicendole che aveva cercato di renderle più soft con una luce leggermente velata che nascondesse le imperfezioni dell'incarnato, anzi le consigliò, con una punta di rimprovero, di truccarsi di più quando doveva farsi fotografare, mettere la cipria o il rossetto, insomma in poche parole le fece capire che meglio di così non aveva potuto fare per cercare di abbellirla. Sara annuì ma pensò che in fondo lei non le aveva chiesto di essere abbellita, comunque dedusse che forse tutti i fotografi cercano di ottenere sempre il miglior risultato possibile, indipendentemente dal soggetto che hanno innanzi. 
Mentre percorreva la strada che la conduceva a casa si sentiva sempre più svuotata e priva di energie, il caldo estivo era opprimente e soffocante, i nuvoloni neri all'orizzonte facevano presagire l'arrivo del solito temporale pomeridiano, non aveva molti motivi per sentirsi felice se non forse quello di essere comunque viva, nonostante la profonda infelicità che da mesi la accompagnava. Le sue foto, seppure messe per errore nella cartella dei necrologi, erano pur sempre quelle di una persona viva e questo costituiva forse un buon motivo per continuare ad andare avanti. Una volta a casa decise di accendere il condizionatore e si buttò sul divano a scorrere quelle immagini: in una aveva un debole sorriso incredulo che le dava un'espressione smarrita, in un'altra invece aveva un'aria pensierosa e cupa, insomma, non si riconosceva in alcuna di esse ma decise che la cosa non aveva importanza, avrebbe sempre potuto rifarle, magari un altro giorno in cui fosse stata più allegra e meno pensierosa. Lentamente si tolse gli abiti e si stese sul divano, chiuse gli occhi e provò a dormire, aveva passato infatti un'altra notte insonne e in quel momento voleva solo riposare o almeno provarci. Mentre chiudeva gli occhi ebbe però di nuovo quella sensazione che da settimane la sorprendeva: di essere avvolta cioè da una luce puntiforme giallastra che le penetrava attraverso le palpebre e si diffondeva nell'aria creando un alone quasi fosforescente intorno a lei; non ci fece caso, l'attribuì alla stanchezza e alla mancanza di riposo, si girò su un fianco e cadde in un sonno improvviso e profondo che però durò pochissimo e dal quale si risvegliò, sudata e confusa, convinta che fosse notte fonda. Si alzò e decise che l'indomani sarebbe andata dal medico per capire che cosa fossero quei disturbi visivi che da qualche tempo l'affliggevano; pigramente accese il televisore e cominciò a scorrere le immagini eliminando l'audio, divertendosi ad immaginare che cosa quelle facce e quelle persone stessero dicendo. Ma anche questo la stancò e allora decise di mettersi al lavoro: prese il computer portatile, si sistemò sul divano, aprì la cartellina e cominciò a riordinare tutti gli appunti relativi al progetto di filologia medievale dell'università, cercando di sistemarli in ordine cronologico ma mentre si accingeva a catalogarli fu presa da una sonnolenza irresistibile e si addormentò pesantemente.

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